Altri Libertini – PIER VITTORIO TONDELLI
Noi viviamo alla fine degli anni Ottanta, è indubbio. Tecnologie impensate cambiano il nostro modo di trascorrere il tempo della nostra defecazione (quotidiana per i più fortunati), "nuove" mode arrivano e se ne vanno nel giro di pochi mesi in quasi tutti i campi (pure in quello politico), nuove parole vengono utilizzate nelle conversazioni di tutti i giorni (twittami, defollowami, ci vediamo su skype, eccetera, eccetera, eccetera), ma noi viviamo alla fine degli anni Ottanta. Possiamo starci a ragionare quanto vogliamo ma il nostro modo di agire, e quindi di pensare, è tipicamente degli anni Ottanta. Gli intellettuali sono fermi agli anni Ottanta, non riescono più a portare il loro masso per un altro metro, sono, insomma, fermi agli anni Ottanta. La mutazione antropologica avvenuta alla fine degli anni Settanta ha aperto le porte ad un decennio, quello degli anni Ottanta, che sta durando da trentanni (per ora), e non si sa quando finirà. Non voglio fare un discorso nostalgico (sono uno degli anni Ottanta, non ho valori tramite cui giudicare, sono un postmoderno), voglio solo dire che ho questa specie di certezza - quella di vivere negli anni Ottanta - accompagnata da un pensiero, il seguente: "Quello che non hanno fatto con le bombe, con gli assassini di Stato, con le manganellate, sono riusciti a farlo con le discoteche, il consumismo di massa, le droghe decontestualizzate, la tv commerciale". Sono riusciti a fare cosa? A rincoglionirci, per parlare terra terra. Chi ci è riuscito? Quelli che ci governano da una vita: DC prima, Socialisti poi, infine tutti quelli che da destra e da sinistra (cfr. D'Alema et al.) hanno aiutato Silvio a governare impunemente per più della metà della mia vita. Uno dice "ecco il classico qualunquista che spara a zero su tutti", e invece a me sembra di vedere un meccanismo azionato da persone più che partiti con ideali politici. Sicuramente ci sono vasti studi su questo cambiamento radicale del nostro modo di vedere (noi stessi, gli altri, l'universo circostante), sulle idee che muovono le nostre vite, sul nostro orizzonte, sul modo che abbiamo di stare assieme e discutere.
Rincoglionirci, che brutta parola. Eppure è quella che più facilmente affiora sulle labbra. Se ti tolgono i mezzi per capire dove sei posizionato all'interno della società e del mondo - perché è questo che hanno fatto, toglierci lo spirito critico da cui può partire qualsiasi tipo di ricerca personale - non hai più spinta a dialogare, a cercare di capire, cercare di non essere schiavo. Ovviamente è molto più facile per qualsiasi persona dotata di un minimo fine pratico governarti (della serie "state buoni, che al resto ci pensiamo noi"). Ed ecco perché hanno vinto così facilmente: i tagli sulla cultura sono arrivati dopo, prima di tutto c'è stato questo assedio portato alle nostre intelligenze, fatto di modelli culturali che hanno subdolamente e semplicemente cancellato qualsiasi possibilità di essere diversi, di acculturarsi, di essere migliori, di essere uomini. Ovviamente esistono i ribelli o chi semplicemente (o casualmente) intraprende strade diverse, ma sono una minoranza. E possiamo godere quanto vogliamo a ripetere fieramente con Nanni Moretti che saremo sempre d'accordo con una minoranza, ma, appunto, resteremo minoranza, e questa forma malata di governo che chiamiamo democrazia si fonda sulla maggioranza, sul senso comune, e se non cambi questo sei uno sconfitto. Siamo degli sconfitti. Resteremo nelle nostre case o nei luoghi della cultura a difenderci dietro i nostri libri, ma saremo sempre una minoranza. Se ci va bene ci tratteranno come trattavano le tribù indiane con le riserve, ma dubito che abbiano questo tipo di eleganza e compassione.
Tutta questa tirata pessimista è per dire che per capire dove vivi la letteratura è il mezzo più importante che hai (e se sei vicino a una biblioteca è pure gratuito, pensa l'assurdità!), e per capire gli anni Ottanta, gli anni in cui viviamo, non c'è modo migliore che leggere Altri Libertini di Pier Vittorio Tondelli da Correggio. Ho la presunzione di pensare che solo la vera letteratura (più che definizioni ho migliaia di esempi di cosa sia la vera letteratura) riesce ad essere ritratto di un epoca, sua radiografia (e quando sta finendo e la maggior parte di noi neanche se n'è accorta anche sua autopsia), suo condensato di miti e modelli culturali. Tutto questo senza discorsi altisonanti, senza tecnicismi di bottega. Un libro del genere deve essere sempre universale. Basta avere una minima abitudine alla parola scritta (abitudine che ti costruisci leggendo) per iniziare a capire qualcosa.
Altri libertini si costituisce di sei racconti, sei parti di una stessa vicenda: gli albori degli anni Ottanta, un cambiamento epocale (anche più dell'invenzione dell'aspirina!). Pier Vittorio Tondelli scrive di questi anni, lo fa con una lingua nuova - cadenze dialettali si fondono con parole straniere, il ritmo della frase varia spessissimo a seconda del dialogo, dello stato d'animo del personaggio narrante, del suo flusso di pensieri - e trattando temi che risulterebbero scabrosi/problematici anche per il senso comune odierno (conferma del fatto che viviamo negli anni Ottanta e che non ci siamo mossi di un millimetro verso qualcos'altro): omosessualità, droga, rapporti promiscui, difficoltà ad inserirsi nel consesso comune.
Ci sono libri che, come delle porte, stanno, aspettando di esseri aperti. Peccato che non tutti abbiano la chiave o l'indirizzo.
Il profumo – PATRICK SUSKIND
Magari il gioco è tutto qui: una storia incentrata su di un personaggio straordinario, caratterizzato da una qualità/ossessione straordinaria, qualità che ha a che fare con uno dei nostri cinque sensi. Magari il gioco della lettura è racchiuso in queste azioni: lo stesso personaggio incontra pochi altri personaggi con uno stuolo anonimo di gente brulicante e "odorante" a far da cornice. La storia, magari, sarà la metafora di qualcos'altro; i personaggi saranno ognuno l'allegoria di un valore assoluto o di un vizio dell'umanità tutta; il personaggio principale sarà una specie di Cristo olfattivo che, seguendo la sua ossessione, compirà una serie di delitti per poi donare se stesso all'umanità, per redimerla. Un Cristo alieno, che ragiona secondo valore altri da quelli comuni, e quindi agisce in maniera immorale solo se lo giudichiamo con il nostro bagaglio eitoc/morale.
Quasi sicuramente queste sono tutte stupidaggini e vaneggiamenti. La verità è che a volte mi sento come quando avevo sedici anni, assetato di assoluto, che se non leggevo qualcosa che mi colpisse nel profondo - per stile, linguaggio o contenuti - tendevo a svilire tutto il resto, ossia una buona parte di quello che mi capitava a tiro spulciando tra gli scaffali di librerie e biblioteche. Con questo libro è successo proprio questo: l'ho letto per curiosità, l'ho finito, l'ho riposto da qualche parte e ho continuato a cercare.
Un giorno questo dolore ti sarà utile – PETER CAMERON
E va bene, lo ammetto: sono uno di quelli che sceglie i libri perché a volte trova un titolo interessante ed epifanico. E non solo faccio parte di questo gruppo ma anche del gruppo di persone che ancora credono che ci sia un'esatta corrispondenza tra il titolo e la sostanza stessa del libro (anche se poi ammettono che a volte i titoli non li sceglie neanche lo scrittore, e lì si apre un altro discorso). Come se le parole che compongono il titolo fossero rivelatrici del libro intero. Come se uno chiedesse "di che cosa parla questo libro?" e l'altro gli rispondesse "un giorno questo dolore ti sarà utile". Che con titoli del genere fa anche effetto. Sembra quasi l'ultima frase di un saggio tibetano. Saggio che a me povero occidentale convinto di aver sofferto tanto nella mia vita e di dover ancora soffrire - quasi per costituzione interna - dicesse "non ti preoccupare, un giorno [tutto, ndr] questo dolore ti sarà utile". E io me ne andrei sollevato, tornando sui miei passi e i miei pensieri.
Il libro tratta di varie cose che non vi starò qui ad elencare, dico solo che il titolo c'entra molto ma in maniera impercettibile. Lo vedo - il libro - come un tentativo di dare la parola, attraverso la scrittura, a quel mondo sconosciuto in cui tutti abbiamo vissuto nella nostra adolescenza/pubertà, ma che inspiegabilmente quasi tutti dimentichiamo, scambiandolo per qualcosa di meno dispendioso a cui diamo un nome altisonante e poco veritiero: maturità. E ci sarebbe molto da dire su quello che significa essere maturi per la maggior parte delle persone, di come si percepiscono maturi. Ovviamente se non capisci le assurdità che si celano dietro la parola maturità (il bagaglio di costrizioni sociali assurde a cui ci sottomettiamo, l'essere obbligati a vivere una vita fondamentalmente assurda che ci siamo costruiti con la nostra buona volontà) non ha senso che qualcuno te lo spieghi, perché ormai sei già di un bel pezzo dentro il tunnel. Per quelli che in qualche modo rifiutano di diventare maturi secondo le regole sociali ci sono infinite strade in cui perdersi, alla ricerca di qualcosa di più di sospingere un passeggino in un centro commerciale, il sabato pomeriggio.
La sentite la musichetta?
L’ombra dello scorpione – STEPHEN KING
Se dovessi visualizzare in una lista cosa mi fa venire in mente il genere postapocalittico elencherei quanto segue:
- file interminabili di scaffali pieni di ogni merce a lunga conservazione
- qualsiasi tipo di macchina a tua disposizione
- negozi di qualsiasi genere pronti per lo sciacallaggio
- biblioteche aperte anche di notte e rigorosamente a scaffale aperto
- musei non affollati
- strade silenziose e deserte
- tutto quello che ha a che fare con la parola gratuità e che non ho elencato precedentemente
Ho in testa, insomma, la classica idea che uno si fa leggendo e guardando oggetti narrativi postapocalittici. Idea viziata dal consumismo sfrenato che ci assale e dal conseguente feticismo della merce (vedi alla voce Carlo Marx), il più delle volte inutile per una sana esistenza postcatastrofica. Questa idea è anche viziata dal narcisismo di fondo dell'essere umano: sarò io l'unico a sopravvivere al mondo malato: per qualche dote nascosta nel mio DNA io sarei fondamentalmente diverso dagli altri miei simili, quindi io e solo io avrei a disposizione la merce, illimitata e gratuita. Penso che mi stancherei presto di tutto ciò e mi schianterei contro un muro per noia.
Noia e depressione che invece non assalgono i vari protagonisti di questo libro che anzi vengono aiutati anche dal buon Padreterno per riunirsi e combattere il cattivo di turno, esponente della fazione a loro avversa: il male assoluto, il Demonio. Ovviamente non vi dirò come andrà a finire questa sfida tra le due compagini, vi suggerisco solo che a scrivere questa storia è uno scrittore di successo americano, poi fate voi.
Mi fa impazzire vedere uno scrittore, un regista o un disegnatore affrontare la sfida narrativa di pensare a come finisca (quasi totalmente) il genere umano e a cosa facciano i sopravvissuti dopo la catastrofe. È divertente, qualche volta, seguire una storia di questo tipo e vedere come viene svolta. In questo caso lo scrittore di successo americano ha svolto il compito buttandoci dentro pure la divinità, ma non una divinità totalmente altra e nuova, frutto della sua infinita creatività, no, ha invece inserito la divinità classica, con il buon dio cristiano ed il suo oscuro disegno intelligente, i suoi emissari, fronteggiato da un diavolo perdente che fa quasi tenerezza nella scarsità di mezzi con cui deve cercare di contrastare la bontà divina.
Come diventare se stessi – DAVID LIPSKY
Se non fosse stato un libro in qualche modo inerente a David Foster Wallace non avrei mai letto questo libro, anzi, ne avrei parlato anche male. Questo per due motivi:
1. Il titolo, Come diventare se stessi, sembra più un manuale di psicologia spicciola venduto in autogrill che una conversazione con uno scrittore. Magari leggi il titolo e pensi che adesso troverai un decalogo su come scoprire realmente il tuo vero Io. Un titolo semplicemente non vero e dozzinale, che non rispetta il senso del titolo originale (Although of course you end up becoming yourself , che è una frase finale di un discorso che sta facendo Foster Wallace e dice "anche se ovviamente alla fine si diventa se stessi", che è un modo bellissimo di essere in qualche modo "fatalisti", ed è in una certa misura anche il mio modo di intendere il "fatalismo"), lo stravolge e lo rende falsamente vicino al lettore.
2. L'altro motivo è la grafica di copertina, con quel ritratto di DFW. Ho capito che bisogna essere cool e trandy, che bisogna svecchiare il modo di fare i libri se no non ti caga nessuno; ho capito che la Minimum Fax - che fa dei libri molto belli graficamente, e pure il font che usa è secondo me uno dei migliori - si rivolge ai (ggg)giovani trattando di autori (ggg)giovani; capisco che non essendo un libro "scritto da" ma "su" DFW in qualche modo tu editore devi richiamare graficamente più l'oggetto del libro che il suo autore - l'onesto e sconosciuto David Lipsky, a cui va comunque il merito di aver fatto sinceramente il suo lavoro di intervistatore/trascrittore; capisco tutto questo ma essendo un lettore e non un editore un po' mi suona ridicolo tutto ciò. E questo in relazione anche al fatto che, ancora una volta, la fortuna di uno scrittore - che meriterebbe di essere apprezzato per ogni singolo libro che ha scritto e nel merito della sua poetica - si fonda sulla modalità con cui è finita la sua esistenza e su di un singolo reportage di una crociera. E allora vanno bene i reading in cui viene fuori il suo essere intelligentemente comico, va bene il ricordo del tale scrittore che lo ha conosciuto, va bene tutto, ma siamo sicuri che tutta questa mediaticità sia un evento che rende giustizia al DFW scrittore e non personaggio? (essendo una domanda retorica secondo me la risposta è ovviamente di segno negativo).
Oltre questo sfogo volevo solo appuntarmi che questo libro è stata una lettura piacevole per un voyeur come il sottoscritto: ho imparato tante cose riguardo al tabacco che DFW usava masticare, sulle bibite gassate che beveva, su cosa ordinava al ristorante, sui suoi scaffali pieni di dentifricio sbiancante, sull'ordine particolare della sua casa, sui suoi cani; sono arrivato a leggere la trascrizione di un suo rutto, una cosa imperdibile; mi sono sentito, insomma, immerso in una lenta masturbazione mentale in cui ad essere soddisfatto era il mio lato pornografico di fan sfegatato, nell'avere la sensazione di essere stato accanto a DFW al posto di David Lipsky, come se sapere cosa legge DFW al cesso possa servirti a comprendere meglio il suo messaggio.
Accoppiamenti giudiziosi – CARLO EMILIO GADDA
Parlare dei libri di Gadda mi è un po' difficile perché è come scrivere di un libro letto in una lingua che non si conosce bene, e di cui magari si è capito poco e male. Gadda, come sanno tutti, era un ingegnere italico e scriveva nella sua lingua madre.
L'italiano di Gadda, però, sembra un'altra lingua, sempre di derivazione latina. Quindi quando uno lo legge capita la stessa cosa di quando uno ascolta qualcuno parlare in francese o in spagnolo, che qualche parola magari è simile, e allora uno si emoziona e si dice che dopotutto non è così difficile capire una lingua straniera.
L'italiano di Gadda è "altro" dal mio, come minimo per due aspetti: la sua precisione e la scomposizione/ricostruzione della realtà. Dico precisione perché Gadda sa qual era il nome specifico della sedia che stava descrivendo, e conosceva perfettamente anche ogni termine specifico di ogni minimo componente della sedia (termini che sentirò solo due o tre volte nella mia vita, a meno che non si lavori in un mobilificio, di quelli artigianali però). E già qui per me inizia lo smarrimento - smarrimento positivo, come dirò dopo - perché, per ogni minima parte di testo, io mi ritrovavo a perdere il senso dell'orientamento e ritornavo parecchie volte sullo stesso pezzo, per capirlo meglio, per "farmi un'idea". E mi viene da pensare che questo fatto di leggere e rileggere varie volte una stessa parte di un testo è un nuovo modo di leggere i libri, molto più meditato, tipo quello che ho quando leggo una poesia o un saggio.
L'altro aspetto, dicevo, è quello di come Gadda descrive la realtà. Quando, per esempio, deve descrivere un personaggio prendere un bicchiere d'acqua e portarlo alle labbra, Gadda utilizza una serie di frasi che fanno esplodere questo gesto - che uno ci impiegherebbe una o al massimo due frasi per descriverlo - in tanti frammenti uniti dal principio di causa - effetto. Mi spiego meglio. Il gesto di allungare la mano viene ad essere l'insieme di avvenimenti minuscoli connessi al gesto di allungare la mano: il tessuto (di cui Gadda ci dice il termine specifico) della camicia che leggermente si tende a causa della distensione dell'arto, o magari viene descritta l'acqua - se è fredda o a temperatura ambiente, e che effetto questa produce sulla superficie del bicchiere, e che tipo di cristallo è, dove è stato acquistato e che cosa fa venire in mente al personaggio che lo sta afferrando, o magari qual è la sensazione che prova la mano del personaggio nell'afferrare il cristallo gelido e imperlato di gocce d'acqua.
E si continua così fino ad una soluzione di continuità da cui il racconto riprende il suo corso. Perché il respiro del racconto di Gadda non è univoco, sembra invece cambiare d'intensità, così da essere più rapido nella descrizione di piccoli gesti e più disteso alla fine di questi.
Questi aspetti, che sembrano puri esercizi di stile, servono all'autore per rendere altra-da-sé la realtà quotidiana del lettore, che quest'ultimo dà ormai per scontata, e l'effetto di straniamento che questo produce è una delle sensazioni che solo la grande arte riesce a produrre (anche se su "produrre" uno potrebbe starci a ragionare per una vita intera).
L'esplosione di termini precisi, dettagli minimi degli oggetti, delle persone, dei dialoghi con cadenze dialettali, tutto questo costituisce un universo in cui è sicuramente facile perdersi ma che, con un po' di buona volontà, riesce a darci più gioia di un testo "che scorre bene".
La tregua – PRIMO LEVI
Mi ricordo la prima volta che lessi La tregua, era nell'edizione Einaudi Tascabili assieme a Se questo è un uomo. Anche se La tregua è stata scritta una ventina di anni dopo Se questo è un uomo, dal punto di vista delle vicende narrate, questi due testi costituiscono per me un continuum. Nel senso che nella mia testa non posso fare a meno di pensare all'uno senza che questo mi richiami immediatamente l'altro. Oltre agli anni che separano la stesura dei due testi, l'aspetto più importante è che ne La tregua Primo Levi ci fa respirare tutta un'altra aria, come se ci avesse costretto per molto tempo - in Se questo è un uomo - a stare dentro una camera chiusa, accanto a tanti ammalati, puzzolenti e moribondi - e qui penso ai suoi giorni all'interno dell'infermeria del campo di concentramento -; questa camera chiusa è così grande da comprendere lo spazio fisico e mentale della nostra testa, e diventa così tanto un'abitudine starci dentro che uno poi si dimentica che cosa significa uscire a fare due passi, e quello che prima ci sembrava un cattivo odore diventa pian piano un odore come tanti altri, indistinto, un odore di sottofondo insomma; succede che con La tregua è come se qualcuno venisse ad aprire una finestra di questa camera chiusa dentro la nostra mente e noi all'inizio rimaniamo inebetiti a sentire questa nuova corrente d'aria che si infila sotto i vestiti, e ci provoca uno strano brivido di freddo; poi ci sporgiamo dalla finestra, ancora incerti su quello che davvero stiamo percependo con i nostri sensi tramortiti da tanto tempo di cattivo odore, e l'unica cosa che vediamo è una sconfinata distesa di neve (era da lì che proveniva quella corrente fredda che prima ci ha fatto tremare) e rimaniamo incerti se scavalcare il davanzale della finestra per andare incontro a quella monotona distesa bianca oppure rimanere dentro la stanza, che conosciamo bene - anche se all'inizio puzzava poi ci siamo abituati - e, magari, forse è meglio restare lì dentro che è tutto così noto e certo.
Quei giorni iniziali che il narratore del libro passa in quell'infermeria, da cui esce solo per andare a fare brevi spedizioni in cerca di viveri, nel campo ormai abbandonato dai tedeschi, rappresentano per me questo stato mentale.
Sulla quarta di copertina uno legge che La tregua si chiama così perché narra appunto di una tregua esistenziale che Primo Levi vive tra la fine della prigionia e il ritorno a casa, a Torino. È una tregua tra lui e il dolore, fisico e morale, di aver vissuto ed essere sopravvissuto a quello spazio assurdo rappresentato dal campo di concentramento.
Se questo è un uomo – PRIMO LEVI
Ci sono libri che bisogna rileggere parecchie volte nel corso di una vita. Sono quei libri che uno legge a prescindere dal piacere che ricava dalla bellezza della loro forma e dalla profondità delle vicende narrate. Servono per ricordare e sono molto più diretti e vividi di una data, di una cerimonia, di un monumento.
Ricordare una data è molto semplice (sono buoni tutti a farlo), uno si mette un promemoria sul suo smartphone - con tanto di segnalazione acustico-visiva, oppure legge quella data su un giornale o sente due persone per la strada che ne parlano, oppure la data diventa uno dei trending topics, assieme a #justinbiebier e #vadaabordocazzo - è allora che si capisce che siamo davvero un popolo civile e ricordiamo i nostri morti.
Essere presenti ad una cerimonia commemorativa è ancora più facile, basta seguire il flusso di gente nelle grandi città, seguire i discorsi da ultima fila di un corteo funebre - "hai visto che batosta ha preso l'Inter?", "hai visto Schettino che vigliacco che è?", "ieri mi sono trattato bene; ho preso al ristorante un filetto di manzo alla Voronoff che, guarda, una delizia!". Si arriva nel luogo della cerimonia ed è tutto già perfetto, basta uniformare la propria espressione a quella delle migliaia di altre che hai attorno, magari in quell'istante si proverà anche un certo piacere e una certa soddisfazione a commuoversi come fanno gli altri. Poi si ritornerà a casa contenti di sé, con sul viso l'orgoglioso sorriso di chi ha la prova certificata della propria sensibilità-umanità-civiltà.
Il monumento è davvero l'idea base del ricordo. Un'istituzione, esprimendo il sentimento di tutti, lo costruisce - ci impiegherà tra committenza e realizzazione, diciamo, un anno - lo installa dove è più visibile e poi non rimane che esserne soddisfatti: se il monumento è bello resistente starà lì per secoli e delle vicende che ricorda rimarrà qualche traccia opaca nella mente dei passanti.
Con i libri come Se questo è un uomo tutto questo non vale. Come con tutti i libri esistono solo il lettore e il libro, non c'è nessuna moltitudine a cui uniformare le proprie azioni, nessuna retorica da seguire. Uno lo può leggere anche seduto sulla tazza del cesso e trarrà più piacere e consapevolezza di ciò che è stato che se avesse assistito al reading dell'autore stesso. Con i libri come Se questo è un uomo non basta solo la presenza fisica per poter dire di aver partecipato veramente a qualcosa. Questi libri non sono fatti da belle parole in italiano aulico - di quelle che vengono scolpite sulle lastre commemorative, con tutte le letterine di bronzo - né da parole che qualcuno farà ripetere, faticosamente e stupidamente, a un ragazzino di dodici anni. In questi libri non ci sono bei vestiti, belle cravatte e profumo di dopobarba costosi, come nelle cerimonie presiedute da qualche alta carica dello Stato.
Questi libri parlano dell'essere umano spogliato di ogni orpello o retorica, e quindi parlano di cose semplici e banali come mangiare, lavarsi, dormire, avere freddo, provare fatica e dolore. Parlano insomma di quello che cerca di fare ogni essere umano in ogni luogo e tempo: sopravvivere.
La potenza di questi libri sta nella nuova definizione che danno a questo verbo. Sopravvivere non significa solo mantenersi in vita più a lungo degli altri ma soprattutto mantenere integra la propria dignità di esseri umani.
Leggendo e rileggendo questo libro, lontani dal cicaleccio quotidiano, possiamo ricordare ciò che ha significato essere uomini in tempi assurdi e cercare a nostra volta di mantenere integra la nostra dignità.
Club – BILL JAMES
Non sono un lettore appassionato di "gialli", ho poca sensibilità in merito e poche letture alle spalle. Certo, avendo letto Simenon, Izzo e Chandler uno si fa una determinata idea di quello che dev'essere per lui il "giallo" - se per forza bisogna creare generi e sottogeneri che servano da punti di appoggio. Avendo quindi letto poco in materia sono pieno di pregiudizi e certezze da quattro soldi. Per esempio, mi annoia quando un giallo è solo la complessità e la vittoria della trama ben costruita su tutto il resto. Trama che si riduce al trittico omicidio/sparizione-ricerca dell'assassino-punizione del medesimo. Trovo noioso quando il giallo scimmiotta l'hard boiled americano: abbiamo un altro sentire, un altro vissuto e un altro modo di vedere la vita e quindi di compiere delitti - e questo è forse il primo aspetto che rende Bill James, gallese, scrittore originale.
Mi immagino sempre qualche giallo ambientato tra le strade delle Vele di Scampia, nella Bari vecchia, in un paese di seicento anime dell'Appennino campano-pugliese; subito dopo mi chiedo: ma un giallo così è possibile? Sarebbe soprattutto interessante per "quelli che leggono solo gialli"? Seguendo i miei pregiudizi e la mia scarsa cultura in merito, mi rispondo che, No, un giallo così non sarebbe vendibile. Un giallo così - un giallo in cui il detective sarebbe, per esempio, il paesologo Franco Arminio e l'assassino il sindaco democristiano del paesino, ambientato tra vecchiette che fanno la pasta a mano e ragazzi persi nella ricerca dell'ultimo cerchio Momo per la loro amata Punto - non venderebbe nemmeno se fosse dato in copia omaggio con Famiglia Cristiana. Perché il giallo ha in sé molti aspetti di esoticità (il modo di parlare, di agire, di vestire, il modo di scopare dei protagonisti) che lo rendono appetibile a chi voglia "staccare il cervello", a chi voglia intrattenersi con un libro, a chi voglia leggere di avvenimenti così straordinari da non potergli mai capitare sotto casa.
È per questi motivi che il giallo mi interessa se rimane un pretesto, una specie di struttura di contenimento per l'originalità caotica dello scrittore; pretesto per parlare di piccole storie quotidiane, pretesto per aprire piccole porte sull'ambiguità della vita e sulla sua mancanza di senso; pretesto per raccontare un luogo, le persone e i loro modi particolari di relazionarsi: praticamente un saggio antropologico travestito da "lettura facile". E secondo me è quello che trovo in Simenon, Izzo, Chandler e qualche altro.
Tutto questo per dire che Club mi è piaciuto quando ha seguito questo modo di intendere il giallo. Mi è piaciuto nelle sue descrizioni veloci dell'atmosfera di un club gallese, del legno dei rivestimenti e del bancone che trasuda anni di birra/fumo di sigarette/sudori vari. Mi è piaciuto perché le scene sono così grottesche da essere maledettamente vere.
Mentre lo leggevo mi sono ritrovato a rivedere in testa intere scene di The Snatch - ho una mente che procede in maniera molto banale con le associazioni. La scena che segue è forse quella che più spesso mi viene in mente quando penso a Club, anche se non ha molta attinenza con il libro. Quando il boss pronuncia la frase "do you know what nemesis means?" assume un'espressione stupenda, con quei denti ingialliti e quegli occhiali, e il suono delle "s" così ravvicinate rimane come sospeso nell'aria.
On writing – STEPHEN KING
On writing è l'autobiografia di Stephen King o, per meglio dire, la biografia della sua scrittura; da quando, adolescente, iniziò a scrivere i primi racconti fantascientifici, passando per le riviste satiriche del college, ai racconti rifiutati, fino al pieno successo dei suoi libri. Questi spunti autobiografici sono intervallati da consigli di King agli aspiranti scrittori (da qui il titolo).
Al di là di tutte le tirate sugli avverbi (a King non piacciono per niente) e del suo giudizio sulla lunghezza variabile dei paragrafi o sui consigli riguardo ad un buon dialogo, viene fuori l'essenza del suo lavoro in particolare, e di ogni scrittore in assoluto: una costante produzione quotidiana di parole (nel caso di King sono 2500/day), "una parola alla volta" come suole dire King.
La scrittura di King, pure quando scrive di se stesso o di scrittura, sembra sempre quella che ti insegnano a scuola: le virgole al posto giusto, periodi brevi, parole precise e comprensibili da tutti. Mai una parola, un'azione, una frase, che si apra all'ambiguità dell'esistenza che sperimentiamo tutti i giorni. Mai una forzatura del linguaggio per passare da una camera linguistica conosciuta e precostituita ad un'altra nuova, forse difficile, ma sicuramente più vera. In un libro di King l'inglese di uno spacciatore è lo stesso di quello di un professore di Harvard, forse infarcito di qualche "cazzo" o "merda" in più. Il ritmo della frase è sempre più o meno votato al ritmo generale della storia: non si percepisce nessun cambiamento al cambiare di stati d'animo dei personaggi o situazioni individuali.
King fa egregiamente il suo lavoro, ossia intrattiene. Tu stai con un suo libro davanti e hai queste storie che proseguono senza intoppi davanti ai tuoi occhi, storie che si creano senza un tuo particolare impegno nella testa, e vanno avanti da sole fino alla fine, perché in King c'è sempre una fine certa e irrevocabile. È un po' come guardare un classico film hollywoodiano. Lo spettatore/lettore sta lì e non ha bisogno di fare nulla - pensa a tutto l'autore -a parte pagare il biglietto e non fare tanto rumore. Ma il punto è che un libro del genere può andare bene se pensi di essere un congegno elettronico e hai bisogno, ogni tanto, di "staccare la spina": se è così, provi un piacere cane a leggere queste storie e vorrai leggere solo queste e conseguentemente bruciare tutte le storie che ti pongono una infinità di domande/scelte.
Se invece ti vedi come un essere vivente in quanto pensante, e pensi che leggere sia una delle attività primarie per sentirti vivo e meno solo, allora 1)leggerai qualche libro di King 2)ne apprezzerai la fattura 3)inizierai qualsiasi fantomatico discorso su King con la frase "è bravissimo nel suo mestiere, ma..." 4)ti scoprirai a girare pagina ansioso di sapere cosa ci sarà nella successiva, ma continuerai sempre a cercare altri libri, quelli che ti stravolgono l'esistenza per migliorartela.
La guerra dei poveri – NUTO REVELLI
La guerra dei poveri è un diario in più atti. Adesione al fascismo. Accademia militare a Modena. Partenza per la Russia con l'ARMIR - ossia l'Armata Italiana in Russia. La disfatta del Fronte orientale. Il ritorno disastroso in Italia. Resistenza. Liberazione.
Non so veramente perché sono così interessato alla produzione letteraria di questo periodo storico. Quando ci penso procedo sempre per tentativi. Sicuramente perché tutti i libri fino ad ora letti testimoniamo la grandezza che risiede nel continuare ad essere uomini pur attraversando la barbarie.
È un po' come leggere la stessa storia ma raccontata da tante voci diverse, tutte dissonanti.
C'è l'uomo indifeso, messo di fronte ad un suo simile che qualcuno gli ha fatto credere essere suo nemico, c'è la vigliaccheria degli ufficiali incompetenti che lo mandano a morire inutilmente, ci sono i -40 gradi della steppa russa che non riesco neanche ad immaginarmi e c'è quest'uomo con le pezze ai piedi e la coperta sulle spalle, senza dotazione, senza essere passato manco da decathlon, senza un iphone per orientarsi né twitter per commentare intelligentemente quanto faccia freddo né instagram per pubblicare "qualche fotina figa" della neve; insomma c'è quest'uomo nudo eppure resistente, che arriva in Italia sano e salvo - non si sa neanche come abbia fatto - e invece di rilassarsi inizia a resistere. Va in montagna e si mette a resistere a chi gli ha occupato la propria terra. Senza magari sapere bene perché sale su di una montagna e inizia a resistere. Impaurito, logorato e senza scarpe, sale su di una montagna, la sua montagna, e resiste.
Ecco, nel marasma del mio periodo storico fatto di volgarità e incomprensione, forse il motivo principale per cui leggo queste storie sta proprio in questo senso di inferiorità nei confronti di quest'uomo resistente; o meglio, nell'inferiorità dovuta all'ammirazione sconfinata nei suoi confronti e al desiderio di essere un po' come lui.
Mi ricordo che da piccolo i miei qualche volta mi portavano in delle fiere dove potevi trovare di tutto, dalle cucine con i forni più ultratecnologici ai venditori di piccoli animali domestici, alle immense mietitrebbie. Ricordo che in queste fiere c'erano sempre dei posti in cui andavamo a mangiare panini e patatine fritte. Me li ricordo come piccoli chioschi di legno rosso in mezzo a dei prati; ricordo anche un ponte dello stesso colore rosso sopra un fiumiciattolo artificiale, con delle papere vere - ma su questo potrei ingannarmi. Per me che venivo da un piccolissimo paese queste fiere erano qualcosa di totalmente altro dal mio orizzonte quotidiano: fiumi di gente mai vista - non solo conoscevo tutta quella masnada, ma non avevo mai visto così tante persone assieme; magari forse alla festa del mio paese, ma lì giocavo in casa e quindi non mi sentivo così straniato -; un'enormità di cose mai viste ed immense, tendoni pieni di gru e altri macchinari enormi, acquari intasati di pesci rossi, migliaglia di canarini impazziti nelle loro gabbie; profumi indossati a litri misti a puzzo di frittura, di zucchero filato, di olio bruciato. Mi ricordo insomma di queste fiere come un piacevole assedio del mondo esterno alla mia immacolata infanzia sensitiva.