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La vita, istruzioni per l’uso – GEORGES PEREC

Leggendo questo libro più volte ho immaginato di entrare in una stanza in cui ad essere congelata fosse la sola vita degli esseri umani, mentre quella degli oggetti continuasse la propria esistenza incontrastata. Così, mentre Georges Perec procede nella descrizione della storia degli oggetti, della stanza, degli individui che l’hanno vissuta e di quelli che la vivono, ma soprattutto procede nella elencazione avvolgente ed ingorda di tutto l’esistente, io immagino l’imperturbabile salire del fumo di una sigaretta appena accesa, il ballonzolare di una gruccia appena rimessa a posto, le infinitesime particelle di un profumo appena spruzzato mentre incontrano il pulviscolo aleggiante nella camera. Forse la mia mente violentata dalle immagini filmiche in questo caso ha preso il sopravvento sulle immagini della mia immaginazione da lettore e ora sto ad elencare scene di film e non le immagini di una lettura. Questo per dire della potenza di questo libro, che é soprattutto un manuale di scrittura. Mi spiego. Ho letto Umberto Eco nelle sue divagazioni sulla potenza narrativa degli elenchi, ma non ho mai compreso a cosa si riferisse realmente. Leggendo le parole di Perec ho davvero visto – non letto, visto – in azione la lingua. E ho davvero percepito questa potenza evocativa in assenza di verbi che indicassero una qualsiasi direzione (spaziale o temporale che fosse). Mi sono ricreato storie partendo da un meraviglioso elenco dei vini contenuti in una cantina, per fare un esempio. É stato un bel modo per arrivare a godere, seppur per brevi momenti, della potenza della singola parola o nome, per me che ancora non leggo tanto facilmente poesie.

Leonardo Sciascia, L’affaire Moro

Stavo pensando ultimamente che un modo per sentirmi italiano in questo momento storico sia quello di rileggermi autori civili (senza virgolette) come Sciascia. Ho voluto iniziare col leggere ciò che è stato un periodo che va dal 1946 al 1993, periodo dominato  politicamente, socialmente e culturalmente dalla DC, ossia da quei governi “incapaci e mafiosi”, per citare Gaber, attraverso le parole illuminanti di grandi uomini.  Sciascia è morto nell’89 e non potè quindi assistere alla dissoluzione della DC (dissoluzione solo partitica e non dei modi), ma già nel ’74, con Todo Modo e ancor prima con A ciascuno il suo) espresse perfettamente in che cosa consistesse il regime democristiano.

L’omicidio di Aldo Moro fu il momento in cui la DC mostrò in tutto il suo fulgore e in tutta la sua chiarezza la sua incapacità di essere una forza positiva, pulita, giusta per la nazione italiana, in cui tutta la sua sostanza criminogena venne espressa al meglio.
Se per la maggior parte degli italiani il governo Andreotti (che aveva come ministro degli Interni un certo Cossiga) è stato un governo della fermezza, del “non possiamo scendere a patti con i brigatisti criminali e assassini”, per i suoi critici è un governo immobilista che proprio per questo uccide formalmente (con la volontà di farlo?) il presidente Moro.

Sciascia scrive questo libro a caldo (1978) dopo aver seguito da vicino l’avvenimento (è membro della commissione parlamentare nominata dopo il “fattaccio”). Scrive interpretando le lettere di Moro e i comunicati delle BR, e solo tramite questi documenti riesce a rendere chiara una certa tendenza “omicida” dell’elite democristiana (che non tratta ma che nello stesso tempo non cerca seriamente di liberare Moro).

In un momento in cui tutti quelli che contano delegittimano il Moro prigioniero, dipingendolo come un individuo costretto dai suoi carcerieri a scrivere cose tremende sui suoi compagni di partito, Sciascia puntualmente (lettera dopo lettera, comunicato su comunicato) fa emergere la “verità” su quei documenti, su quei fatti e sulla nostra storia. Verità scomoda, ma pur sempre verità.