Non è un paese per vecchi – CORMAC McCARTHY
Penso che dialoghi come quelli che uno legge nei libri di McCarthy non si trovino facilmente in circolazione. Esiste da qualche parte un metronomo del dialogo, che ha la funzione di misurare il giusto ritmo e la giusta velocità a cui il dialogo, fra due o più soggetti, deve andare. Il lettore può tenere accanto a sé questo strano congegno, come fanno i pianisti con il loro precipuo metronomo, e inizia a leggere vari dialoghi presi da diversi libri. L’ipotetico gioco che il lettore può fare è questo: ritagliare dialoghi presi da vari libri a caso, mischiarli con quelli di McCarthy, iniziare a leggere e far partire il metronomo. Noterà che con quasi tutti i dialoghi gli capiterà di sentire lo sfalsamento tra il tempo del metronomo e il tempo del dialogo: tranne in pochi casi isolati, ciò accade perché i dialoghi sono scritti male. Cercano di imitare il tempo della nostra conversazione quotidiana, ma gli riesce male, perché gli dànno un fuoco, un punto di fuga fittizio – come se già si dovesse capire che il dialogo terminerà su un determinato punto e solo su quello -, non riuscendo più a testimoniare della indeterminatezza, della caoticità e, soprattutto, della mancanza di una linea di fondo nelle nostre conversazioni. Si può obiettare che la scrittura non deve solo imitare il reale ma ri-crearlo: io infatti non sto dicendo che contenutisticamente il dialogo debba essere per forza di cose “reale”, affermo solo che confido in un ritmo della conversazione, ben preciso e delimitato dalla propria lingua e dal proprio vissuto; per questo penso che quando un lettore avveduto si trova di fronte un fantoccio più che una “persona”, una maschera, percepisce subito questa stonatura, questa mancanza di coerenza, questo tentativo di presa per il culo, e gli rimane l’amaro in bocca. Con McCarthy questo non succede mai, perché McCarthy è uno scrittore onesto.
Di seguito riporto il dialogo tra Anton Chigurh e il benzinaio che mi ha fatto morire di piacere estetico e di ammirazione per un dialogo che semplicemente ha ritmo, da cui traspare tutta la personalità dei due soggetti che in quel momento stanno parlando:
“Ha trovato pioggia sulla strada?, chiese il proprietario.
Quale strada?
Ho visto che viene da Dallas.
Chigurh prese il resto dal banco. E a te che te ne importa da dove vengo, amico?
Non volevo dire niente.
Non volevi dire niente.
Era solo per ingannare il tempo.
Probabilmente queste sono le buone maniere di voi bifolchi.
Be’, senta, io le ho chiesto scusa. Se poi non vuole accettare le mie scuse, non so che altro dirle.
Quanto costano questi?
Prego?
Ho detto quanto costano questi.
Sessantanove centesimi.
Chigurh srotolò un dollaro sul banco. L’altro battè il conto sulla cassa e impilò gli spiccioli del resto come farebbe un croupier con le fiche. Chigurh non gli aveva staccato gli occhi di dosso. L’uomo distolse lo sguardo. Tossì. Chigurh aprì con i denti la confezione di anacardi, si versò un bel po’ del contenuto nel palmo della mano e rimase lì a masticare.
C’è altro?, chiese l’uomo.
Non lo so. C’è altro?
C’è qualcosa che non va?
In che senso?
In generale.
È questo che mi sta chiedendo? Se c’è qualcosa che non va in generale?
L’uomo si voltò, si portò il pugno alla bocca e tossì di nuovo. Guardò Chigurh e poi guardò altrove. Guardò fuori dalla finestra sul davanti del negozio. Le pompe di benzina e la macchina ferma. Chigurh mangiò un’altra manciata di anacardi.
C’è altro?
Me l’hai già chiesto.
Be’, dovrei cominciare a chiudere.
Cominciare a chiudere.
Proprio così.
A che ora chiudete?
Adesso. Chiudiamo adesso.
Adesso non è un’ora. A che ora chiudete.
In genere quando fa buio. Dopo il tramonto.
Chigurh rimase lì a masticare lentamente. Non sai di cosa stai parlando, vero?
Prego?
Ho detto non sai di cosa stai parlando, vero.
Sto parlando della chiusura. Ecco di cosa sto parlando.
A che ora vai a letto.
Prego?
Sei un po’ sordo, eh? Ho detto a che ora vai a letto.
Be’. Verso le nove e mezza, direi. Più o meno alle nove e mezza.
Chigurh si versò altri anacardi nel palmo. Potrei tornare a quell’ora, disse.
Troverebbe chiuso.
Non fa niente.
Be’, perché dovrebbe tornare? Troverebbe chiuso.
L’hai già detto.
Be’, è così.
Tu abiti in quella casa lì dietro?
Sì.
Ci abiti da quando sei nato?
Il proprietario del distributore ci mise un po’ a rispondere. Era la casa di mio suocero, disse.
In origine.
Sposandoti, te la sei presa tu.
Abbiamo vissuto a Temple per tanti anni. Abbiamo messo su famiglia laggiù. A Temple, sempre in Texas. Poi siamo venuti qui, più o menoquattro anni fa.
Sposandoti, te la sei presa tu.
Se vuole metterla in questo modo.
Non c’è un modo particolare in cui metterla. È così e basta.
Be’, adesso devo chiudere.
Chigurh si versò gli ultimi anacardi nel palmo, accartocciò la bustina e la mise sul banco. Rimase lì a masticare in una posizione stranamente eretta.
A quanto pare lei ha un sacco di domande, disse il proprietario del distributore. Per uno che non vuole neanche dire da dove viene.
Qaul è la cosa più grossa che hai visto perdere a testa o croce?
Prego?
Ho detto qual è la cosa più grossa che hai visto perdere a testa o croce.
A testa o croce?
A testa o croce.
Non lo so. In genere non ci si gioca qualcosa a testa o croce. Di solito si usa per sistemare una questione.
Qual è la questione più grossa che hai visto sitemare?
Non lo so.
Chigurh prese dalla tasca una moneta da venticinque centesimi e la lanciò, facendola roteare sotto il bagliore azzurrognolo delle lampade al neon. La prese e se la sbattè sul dorso dell’avambraccio appensa sopra le bende insaguinate. Scegli:testa o croce, disse.
Testa o croce?
Sì.
Per cosa?
Scegli e basta.
Be’, devo sapere cosa c’è in ballo.
Perché, cambierebbe qualcosa?
L’uomo guardò Chigurh negli occhi per la prima volta. Azzurri come lapislazzuli. Scintillanti e al tempo stesso completamente opachi. Come pietre bagnate. Devi scegliere tu, disse Chigurh. Non posso scegliere io. Non sarebbe onesto. Non sarebbe neanche giusto. Sceglie, avanti.
Ma io non mi sono giocato niente.
Sì invece. Te lo stai giocando da quando sei nato. Solo che non lo sapevi. Sai che data c’è su questa moneta?
No.
Millenovecentocinquantotto. Ha viaggiato ventidue anni prima di arrivare qui. E adesso è qui. E sono qui anch’io. E ci tengo la mano sopra. Ed è testa o croce. E devi dirlo tu. Scegli.
Non so cosa posso vincere.
Nella luce azzurra il viso dell’uomo era leggermente imperlato di sudore. Si leccò il labbro superiore.
Puoi vincere tutto, disse Chigurh. Tutto.
Non la capisco proprio.
Scegli.
Testa, allora.
Chigurh scoprì la moneta. Ruotò leggermente il braccio perché l’uomo la vedesse. Ben fatto, disse.
Si tolse la moneta dal polso e gliela consegnò.
E cosa ci dovrei fare?
Prendila. È la tua moneta portafortuna.
Non mi serve.
Sì che ti serve. Prendila.
L’uomo prese la moneta. Adesso devo chiudere, disse.
Non metterla in tasca.
Prego?
Non metterla in tasca.
E dove vuole che la metta?
Non metterla in tasca. Sennò non la sai più riconoscere.
Va bene.”
[Non è un paese per vecchi, pp.43-47, Trad. di Martina Testa]
A prescindere dal contenuto di questo dialogo, l’aspetto interessante è che il ritmo continua a crescere, a diminuire, a bloccarsi e poi a ripartire con una nuova velocità. Procede a tentoni come procediamo noi nelle nostre conversazioni. A volte con frasi smozzicate, altre con frasi chiarissime e brevi, ma che contengono una molteplicità di significati e conseguenze sull’economia stessa della conversazione. Si potrebbe pensare che un dialogo, uno scambio di battute tra due soggetti che noi immaginiamo inesistenti, quando è reso in questa maniera ci parli della nostra vita, che procede a sprazzi, senza quasi certezze, con punti di partenze e arrivi impensati un attimo prima.
