Mi ricordo che da piccolo i miei qualche volta mi portavano in delle fiere dove potevi trovare di tutto, dalle cucine con i forni più ultratecnologici ai venditori di piccoli animali domestici, alle immense mietitrebbie. Ricordo che in queste fiere c’erano sempre dei posti in cui andavamo a mangiare panini e patatine fritte. Me li ricordo come piccoli chioschi di legno rosso in mezzo a dei prati; ricordo anche un ponte dello stesso colore rosso sopra un fiumiciattolo artificiale, con delle papere vere – ma su questo potrei ingannarmi. Per me che venivo da un piccolissimo paese queste fiere erano qualcosa di totalmente altro dal mio orizzonte quotidiano: fiumi di gente mai vista – non solo conoscevo tutta quella masnada, ma non avevo mai visto così tante persone assieme; magari forse alla festa del mio paese, ma lì giocavo in casa e quindi non mi sentivo così straniato -; un’enormità di cose mai viste ed immense, tendoni pieni di gru e altri macchinari enormi, acquari intasati di pesci rossi, migliaglia di canarini impazziti nelle loro gabbie; profumi indossati a litri misti a puzzo di frittura, di zucchero filato, di olio bruciato. Mi ricordo insomma di queste fiere come un piacevole assedio del mondo esterno alla mia immacolata infanzia sensitiva.
Tutta questa tirata non è tanto per appuntarmi qualche ricordo sparso sui miei primi anni sulla terra, quanto per dimostrarvi che ho una certa dimestichezza con le fiere campionarie e che quindi, quando ho letto uno dei saggi di DFW (un articolo su una mega fiera per Harper) ho percepito una certa vicinanza epistemologica con la sua ricerca. Anche se le mie fiere e la sua sono diversissime per dimensioni, anche se lui aveva una trentina di anni e io solo sei o sette quando le ho visitate, anche se lui l’ha fatto per lavoro e io obbligato dai miei, ho la piccola presunzione di dire che per quelle pagine lì, mi sono sentito per così dire accanto allo sguardo di DFW, alle sue camicie sudate, al caldo opprimente, alle persone che nel caldo opprimente mangiano cose per cui le calorie rappresentano un’unità di misura sbagliata; insomma, mi sono sentito vicino a quel particolare tipo di incredulità che ti prende quando assisti a eventi semplicemente assurdi.
Su internet ci sono persone che affermano di non apprezzare i romanzi di DFW, ma solo la sua scrittura saggistica. Francamente non capisco questa differenza. Nelle mie sinapsi avviene lo stesso tipo di sfrigolamento, sia che legga un romanzo che un saggio di DFW. Alla base di quello che lui scrive c’è sempre questo modo di metterti le cose in modo che tu venga sommerso da piccoli eventi di riconoscimento/illuminazione, a catena, uno dietro l’altro. In fondo aveva ragione a dire che i libri servono a farti sentire meno solo, ma non tanto per la storia che tu sei uno sfigato che “sente” il mondo diversamente dalla maggioranza delle persone e quando leggi incontri pensieri come i tuoi (perché allora vorrà dire leggere solo libri che la pensano come te e non ha senso ricercare altri libri e cercare di migliorarsi attraverso questa ricerca), quanto perché i libri che ti colpiscono alla fine sono quelli che ti fanno vedere delle cose semplicemente belle, e tu ci arrivi per una sorta di illuminazione a queste cose semplicemente belle, e poi inizi a fare dei ragionamenti bellissimi, anche se durano pochi istanti e poi ritorni ad avere pensieri normali. I grandi libri, in questo caso quelli di DFW, ti aiutano ad avere questi momenti di lucidità assoluta che valgono tutto il biglietto dell’esistenza, e in qualche modo ti fanno rivalutare pure i momenti in cui il tempo sembra in qualche modo non avere senso.
Alla luce di questi ragionamenti si potrebbe dire che io sia un pazzo imbonitore che vuole vendervi l’opera omnia di DFW spacciandolo per un genio, come quei tipi esaltati da uno scrittore mediocre come Baricco che stanno a menartela su quanto è bravo e quanto è bello con i suoi gilettini e il suo essere così pacioccone con quel viso sbarbato e i suoi capelli brizzolati, un George Clooney della narrativa italiana. Ecco, io posso ammettere di essere ossessionato dalla scrittura di DFW, però quello che voglio dire è che se non lo avete letto sarete condannati a sentirvi soli. Vi immergerete nell’ultimo libro di Gramellini, di Cazzullo o di Baricco, credendo di provare piacere nella lettura, ma vi posso assicurare che la bellezza sta da tutt’altra parte.