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Una cosa divertente che non farò mai più – DAVID FOSTER WALLACE

Sono entrato nel mondo di DFW leggendo La ragazza dai capelli strani, ho poi proseguito con Infinite Jest e dopo ho continuato a leggere fino ad arrivare a questo Una cosa divertente che non farò mai più, che rappresenta il lato veramente pop della produzione di DFW. L’incipit del libro l’avevo sentito leggere da Francesco Piccolo (sic!) – che è uno dei traduttori del libro assieme a Gabriella D’Angelo e quindi, in qualche modo, stava praticamente leggendo un suo pezzo – durante una serata organizzata dalla Minimum Fax dopo che DFW si era suicidato (il video è su YouTube, io non ho mai visto Francesco Piccolo dal vivo per fortuna).  È un pezzo che sembra stato pensato per essere letto ad alta voce, con quella ripetizione di verbi sensoriali in prima persona che ti fanno sembrare DFW un reduce di qualche guerra o tragedia immane: me lo immagino avanzare dal fondo di un palcoscenico in ombra fino ad occupare il centro della scena, vestito di pantaloncini, infradito e camicia hawaiana, e, illuminato da un fascio di luce azzurro, iniziare a declamare – quasi fosse un Omero postmoderno: “Ho visto spiagge di zucchero e un’acqua di un blu limpidissimo. [...] Ho visto un sacco di navi bianche veramente enormi. [...] Ho visto e ho sentito la puzza di tutti i 145 gatti che vivono nella villa di Ernest Hemingway a Key West in Florida. Ora conosco la differenza tra Bingo e Superbingo, e cosa significa quando il jackpot del Bingo va «a palla di neve»”. E via di seguito. Continuare la lettura

Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) – DAVID FOSTER WALLACE

Mi ricordo che da piccolo i miei qualche volta mi portavano in delle fiere dove potevi trovare di tutto, dalle cucine con i forni più ultratecnologici ai venditori di piccoli animali domestici, alle immense mietitrebbie. Ricordo che in queste fiere c’erano sempre dei posti in cui andavamo a mangiare panini e patatine fritte. Me li ricordo come piccoli chioschi di legno rosso in mezzo a dei prati; ricordo anche un ponte dello stesso colore rosso sopra un fiumiciattolo artificiale, con delle papere vere – ma su questo potrei ingannarmi. Per me che venivo da un piccolissimo paese queste fiere erano qualcosa di totalmente altro dal mio orizzonte quotidiano: fiumi di gente mai vista – non solo conoscevo tutta quella masnada, ma non avevo mai visto così tante persone assieme; magari forse alla festa del mio paese, ma lì giocavo in casa e quindi non mi sentivo così straniato -; un’enormità di cose mai viste ed immense, tendoni pieni di gru e altri macchinari enormi, acquari intasati di pesci rossi, migliaglia di canarini impazziti nelle loro gabbie; profumi indossati a litri misti a puzzo di frittura, di zucchero filato, di olio bruciato. Mi ricordo insomma di queste fiere come un piacevole assedio del mondo esterno alla mia immacolata infanzia sensitiva.

Tutta questa tirata non è tanto per appuntarmi qualche ricordo sparso sui miei primi anni sulla terra, quanto per dimostrarvi che ho una certa dimestichezza con le fiere campionarie e che quindi, quando ho letto uno dei saggi di DFW (un articolo su una mega fiera per Harper) ho percepito una certa vicinanza epistemologica con la sua ricerca. Anche se le mie fiere e la sua sono diversissime per dimensioni, anche se lui aveva una trentina di anni e io solo sei o sette quando le ho visitate, anche se lui l’ha fatto per lavoro e io obbligato dai miei, ho la piccola presunzione di dire che per quelle pagine lì, mi sono sentito per così dire accanto allo sguardo di DFW, alle sue camicie sudate, al caldo opprimente, alle persone che nel caldo opprimente mangiano cose per cui le calorie rappresentano un’unità di misura sbagliata; insomma, mi sono sentito vicino a quel particolare tipo di incredulità che ti prende quando assisti a eventi semplicemente assurdi.

Su internet ci sono persone che affermano di non apprezzare i romanzi di DFW, ma solo la sua scrittura saggistica. Francamente non capisco questa differenza. Nelle mie sinapsi avviene lo stesso tipo di sfrigolamento, sia che legga un romanzo che un saggio di DFW. Alla base di quello che lui scrive c’è sempre questo modo di metterti le cose in modo che tu venga sommerso da piccoli eventi di riconoscimento/illuminazione, a catena, uno dietro l’altro. In fondo aveva ragione a dire che i libri servono a farti sentire meno solo, ma non tanto per la storia che tu sei uno sfigato che “sente” il mondo diversamente dalla maggioranza delle persone e quando leggi incontri pensieri come i tuoi (perché allora vorrà dire leggere solo libri che la pensano come te e non ha senso ricercare altri libri e cercare di migliorarsi attraverso questa ricerca), quanto perché i libri che ti colpiscono alla fine sono quelli che ti fanno vedere delle cose semplicemente belle, e tu ci arrivi per una sorta di illuminazione a queste cose semplicemente belle, e poi inizi a fare dei ragionamenti bellissimi, anche se durano pochi istanti e poi ritorni ad avere pensieri normali. I grandi libri, in questo caso quelli di DFW, ti aiutano ad avere questi momenti di lucidità assoluta che valgono tutto il biglietto dell’esistenza, e in qualche modo ti fanno rivalutare pure i momenti in cui il tempo sembra in qualche modo non avere senso.

Alla luce di questi ragionamenti si potrebbe dire che io sia un pazzo imbonitore che vuole vendervi l’opera omnia di DFW spacciandolo per un genio, come quei tipi esaltati da uno scrittore mediocre come Baricco che stanno a menartela su quanto è bravo e quanto è bello con i suoi gilettini e il suo essere così pacioccone con quel viso sbarbato e i suoi capelli brizzolati, un George Clooney della narrativa italiana. Ecco, io posso ammettere di essere ossessionato dalla scrittura di DFW, però quello che voglio dire è che se non lo avete letto sarete condannati a sentirvi soli. Vi immergerete nell’ultimo libro di Gramellini, di Cazzullo o di Baricco, credendo di provare piacere nella lettura, ma vi posso assicurare che la bellezza sta da tutt’altra parte.

Come diventare se stessi – DAVID LIPSKY

Se non fosse stato un libro in qualche modo inerente a David Foster Wallace non avrei mai letto questo libro, anzi, ne avrei parlato anche male. Questo per due motivi:
1. Il titolo, Come diventare se stessi, sembra più un manuale di psicologia spicciola venduto in autogrill che una conversazione con uno scrittore. Magari leggi il titolo e pensi che adesso troverai un decalogo su come scoprire realmente il tuo vero Io. Un titolo semplicemente non vero e dozzinale, che non rispetta il senso del titolo originale (Although of course you end up becoming yourself , che è una frase finale di un discorso che sta facendo Foster Wallace e dice “anche se ovviamente alla fine si diventa se stessi“, che è un modo bellissimo di essere in qualche modo “fatalisti”, ed è in una certa misura anche il mio modo di intendere il “fatalismo”), lo stravolge e lo rende falsamente vicino al lettore.
2. L’altro motivo è la grafica di copertina, con quel ritratto di DFW. Ho capito che bisogna essere cool e trandy, che bisogna svecchiare il modo di fare i libri se no non ti caga nessuno; ho capito che la Minimum Fax – che fa dei libri molto belli graficamente, e pure il font che usa è secondo me uno dei migliori – si rivolge ai (ggg)giovani trattando di autori (ggg)giovani; capisco che non essendo un libro “scritto da” ma “su” DFW in qualche modo tu editore devi richiamare graficamente più l’oggetto del libro che il suo autore – l’onesto e sconosciuto David Lipsky, a cui va comunque il merito di aver fatto sinceramente il suo lavoro di intervistatore/trascrittore; capisco tutto questo ma essendo un lettore e non un editore un po’ mi suona ridicolo tutto ciò. E questo in relazione anche al fatto che, ancora una volta, la fortuna di uno scrittore – che meriterebbe di essere apprezzato per ogni singolo libro che ha scritto e nel merito della sua poetica – si fonda sulla modalità con cui è finita la sua esistenza e su di un singolo reportage di una crociera. E allora vanno bene i reading in cui viene fuori il suo essere intelligentemente comico, va bene il ricordo del tale scrittore che lo ha conosciuto, va bene tutto, ma siamo sicuri che tutta questa mediaticità sia un evento che rende giustizia al DFW scrittore e non personaggio? (essendo una domanda retorica secondo me la risposta è ovviamente di segno negativo).
Oltre questo sfogo volevo solo appuntarmi che questo libro è stata una lettura piacevole per un voyeur come il sottoscritto: ho imparato tante cose riguardo al tabacco che DFW usava masticare, sulle bibite gassate che beveva, su cosa ordinava al ristorante, sui suoi scaffali pieni di dentifricio sbiancante, sull’ordine particolare della sua casa, sui suoi cani; sono arrivato a leggere la trascrizione di un suo rutto, una cosa imperdibile; mi sono sentito, insomma, immerso in una lenta masturbazione mentale in cui ad essere soddisfatto era il mio lato pornografico di fan sfegatato, nell’avere la sensazione di essere stato accanto a DFW al posto di David Lipsky, come se sapere cosa legge DFW al cesso possa servirti a comprendere meglio il suo messaggio.

Infinite Jest – DAVID FOSTER WALLACE

Su questo libro che mi ha tenuto compagnia per un mese a 50 pagine alla volta, che ha radicalmente cambiato per certi versi il mio modo di pensare scrivere parlare ecc., su questo libro potrei scrivere solo stronzate e frasi di una retorica da pena di morte; allora riporto solo un passaggio che ho scritto mentre leggevo e dopo che è avvenuto un evento bellissimo tra me, un’altra persona e le parole di DFW:

La scrittura di DFW, la sua intelligenza, il suo ritmo, in una parola la sua genialità, ti prende subito. Ma vieni cavalcato completamente dal suo demone solo se lo leggi ad un’altra persona, a voce alta, una pagina a caso. E succede che quella persona viene assalita a sua volta da questo demone per quel tempo limitato che impieghi a leggerle un piccolo frammento, e tu quando finisci di leggere rimani piacevolmente soddisfatto, che puoi continuare ad abbeverarti alla fonte della genialità pura di DFW. E ti viene in mente che puoi paragonare i libri di DFW ad un lanciafiamme che si è installato nella tua memoria e che brucia tutti i tuoi passati ricordi riguardo all’aver letto un bel libro, ed entra in azione ogni volta che pensi “ah, il libro di tizio è proprio bello/sono contento di averlo letto” ed il libro/lanciafiamme di DFW entra in azione proprio allora e annichilisce questo ricordo e tu ti dici “cazzo, è vero, è bello, ma quello di DFW è un’esperienza assoluta, non solo un libro”. Penso che continuerò a leggere altri libri, e spero di continuare a leggere solo roba buona, ma non sono sicuro che questo ricordo di DFW/lanciafiamme annichilente se ne vada dalla mia testa.

Questa è l’acqua – DAVID FOSTER WALLACE

Questa è l’acqua è un libro di 5 racconti e un discorso (quest’ultimo dà il titolo al libro). In questi racconti viene subito fuori la genialità di DFW. E se non lo avete mai letto, nessuno ve la potrà spiegare questa genialità; e se non verrete a contatto con questa genialità perderete tanto della vostra vita di lettori, del piacere di confrontarsi con storie fatte di parole. Tristi e geniali e comiche. E non ci sono santi che tengano: potete leggere tutte le cazzatine che volete, credendo di sentirvi unici nel vostro gusto a leggere un testo ben fatto e a consigliarlo ai vostri cari, ma a confronto rimarranno sempre cazzatine. E dovete leggere DFW perché nel mare di libri che avete letto e che leggerete, e che dopo due minuti andranno a prendere polvere sulla vostra libreria (di casa o mentale), DFW rimarrà imperterrito nelle vostre teste e le sue parole e il suo punto esistenziale scalfiranno in qualche modo la vostra vita, cambiando la vostra scaletta dei pensieri.

Al posto di questo appello da naufrago confortato, avrei voluto scrivere solamente che dopo aver letto un ricordo di DFW fatto da Jonathan Franzen, comparso sul numero di  Internazionale del 26 agosto, la visione che avevo di DFW era entrata in una crisi costruttiva perché JF – che era suo amico – metteva in luce il DFW depresso a vita che con crudeltà si era suicidato lasciando volontariamente tutti i suoi cari in un mare di dolore. Una immagine di DFW molto più complessa di quella che mi ero creato io. Invece ho scritto sulla scia del bene intellettuale che la scrittura di DFW mi ha dato, anzi, donato. E volevo ringraziare l’esistenza di questo mezzo chiamato scrittura in questa sede, pubblicamente. Tutto qui.

Un’ultima cosa: quello che è riportato nel discorso Questa è l’acqua è tutto vero, a prescindere da quello che si dice in giro e che si scrive su certe riviste.