Etichettato: democrazia cristiana

Lu campo di girasoli – ANDREJ LONGO

Leggevo questo libro pensando a quanto sia poetica la scrittura dialettale, in ogni minimo passo. Mi trovavo ad emozionarmi nella descrizione di un’alba, di un gesto, di un corso d’acqua. Mi emozionavo nel sentirmeli vicino, già visti e conosciuti, eppure rivelati (ribaltati) in una nuova forma creata dalla penna di Andrej Longo. Mi sono ritrovato a rileggere pezzi di frasi ad alta voce – come una poesia – per cercare di riconoscere da che dialetto provenissero quelle parole e quelle specifiche inflessioni. Poi ho capito che non era una sola lingua che mi stava parlando in quel momento e mi sono tranquillizzato nella mia piccola e inutile ricerca fonetica, anche se è stato un piacere riconoscere una parola e il suo dialetto, la sua origine, perché mi è sembrato come se assieme a quella parola avessi davanti ai miei occhi l’oggetto cui si riferiva o il gesto preciso che evocava.
Un’ultima cosa: all’inizio credevo di avere di fronte un determinato arco temporale (un determinato contesto storico-culturale) in cui la storia si sviluppava, sbagliando forse per il mio pregiudizio represso che mi fa vedere nel dialetto qualcosa di antico, atavico; invece la storia è tutt’altro che passata o superata.

Leonardo Sciascia, L’affaire Moro

Stavo pensando ultimamente che un modo per sentirmi italiano in questo momento storico sia quello di rileggermi autori civili (senza virgolette) come Sciascia. Ho voluto iniziare col leggere ciò che è stato un periodo che va dal 1946 al 1993, periodo dominato  politicamente, socialmente e culturalmente dalla DC, ossia da quei governi “incapaci e mafiosi”, per citare Gaber, attraverso le parole illuminanti di grandi uomini.  Sciascia è morto nell’89 e non potè quindi assistere alla dissoluzione della DC (dissoluzione solo partitica e non dei modi), ma già nel ’74, con Todo Modo e ancor prima con A ciascuno il suo) espresse perfettamente in che cosa consistesse il regime democristiano.

L’omicidio di Aldo Moro fu il momento in cui la DC mostrò in tutto il suo fulgore e in tutta la sua chiarezza la sua incapacità di essere una forza positiva, pulita, giusta per la nazione italiana, in cui tutta la sua sostanza criminogena venne espressa al meglio.
Se per la maggior parte degli italiani il governo Andreotti (che aveva come ministro degli Interni un certo Cossiga) è stato un governo della fermezza, del “non possiamo scendere a patti con i brigatisti criminali e assassini”, per i suoi critici è un governo immobilista che proprio per questo uccide formalmente (con la volontà di farlo?) il presidente Moro.

Sciascia scrive questo libro a caldo (1978) dopo aver seguito da vicino l’avvenimento (è membro della commissione parlamentare nominata dopo il “fattaccio”). Scrive interpretando le lettere di Moro e i comunicati delle BR, e solo tramite questi documenti riesce a rendere chiara una certa tendenza “omicida” dell’elite democristiana (che non tratta ma che nello stesso tempo non cerca seriamente di liberare Moro).

In un momento in cui tutti quelli che contano delegittimano il Moro prigioniero, dipingendolo come un individuo costretto dai suoi carcerieri a scrivere cose tremende sui suoi compagni di partito, Sciascia puntualmente (lettera dopo lettera, comunicato su comunicato) fa emergere la “verità” su quei documenti, su quei fatti e sulla nostra storia. Verità scomoda, ma pur sempre verità.