Alcuni libri contengono così tante epifanie da diventare essi stessi una monumentale e malinconica epifania. Con Verderame è successo più o meno questo. A leggere del bambino-narratore che descrive come Felice, il fattore della campagna dei nonni del bimbo, prepara il verderame con cui innaffiare le viti, io sono rimasto istanti lunghissimi a ripensare a mio nonno che con la stessa cura preparava il liquido dal colore assurdo, un azzurro impensansibile e introvabile nella mia vita quotidiana. A pensarci, solo il cielo, quando era ripulito da tutte le nuvole e l’umidità dal vento forte e costante, tipico delle mie zone, poteva arrivare ad avere quell’azzurro così pazzesco. E non tutto il cielo, intendo quella striscia di cielo al di sopra della linea dell’orizzonte; un azzurro quasi non violato dal bianco sottostante. Erano giorni di primavera e quel colore lo concepisco ora come un simbolo, un condensato della mia adolescenza, un ipotetico amuleto contro le varie volgarità del mondo che tutti i giorni mi capita di incontrare.
Verderame, dicevo, è stata una malinconica epifania. Della campagna, dell’avventura insita negli oggetti più banali che ti capitava di incontrare la mattina, quando i tuoi nonni lavoravano, e tu vagavi, molto concentrato e serio, per tutto quel terreno sconfinato, ad angariare le formiche, a rinchiudere le coccinelle in bottiglie di plastica verde scolorite dal sole per cercare di formare una colonia (che puntualmente trovavo sterminata il mattino successivo), a mangiare fichi (c’era, o meglio c’è, questo albero gigante di fico al centro della vigna e io ci salivo come sulla torre di una nave, in modo da guardare il mare dei filari della vigna stagliarsi sotto i miei occhi) e mele prese dall’albero e ciliege. E poi, verso mezzogiorno, tornare alla cascina e, sotto il pergolato, smezzarmi una birra (cosa che nessuno doveva sapere) con mio nonno, e sentire le sue storie (lui che le sa raccontare così bene). E avere quel cielo senza nuvole, con quell’azzurro così pazzesco, indicibile, che come tutte le cose belle si può solo evocare, mai descrivere pienamente. E la cosa pazzesca e che anche io e mio nonno avevamo, nei nostri dialoghi, lo stesso stacco linguistico che hanno Michelìn e Felice: io l’italiano e mio nonno il suo (nostro?) dialetto. Ed è incomprensibile (o forse no) come un libro così piccolo, scritto nel meraviglioso italiano di Michele Mari, che dovrebbe essere così lontano dal mio italiano, costruito su di una stratificazione di storie così lontana da quelle che sentivo io dalla bocca di mio nonno, un libro, in definitiva, così altro da me, è incomrensibile come un’opera del genere m’abbia potuto suscitare questo tipo di ricordi; una botta epifanica così profonda da sentirmi costretto a segnarmele, queste emozioni, come alcune volte mi è capitato: per la paura di dimenticarle, perché so quanto valgono, so quanto di vero dicono di me a me stesso, so che senza queste modalità di ricordo non resterebbe più niente di bello di me ai miei occhi.