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Su Little boy blue, ebook, biblioteche e torrent

Eddie BunkerL’altra sera, dopo tanti anni, ho rivisto Reservoir Dogs dove Edward Bunker è Mister Blue, un personaggio molto silenzioso. E così mi sono ricordato della mia curiosità di leggere qualcosa sua; tutte le mie ricerche su blog e riviste mi portavano a pensare che avessi dovuto iniziare da Educazione di una canaglia. Allora sono andato in biblioteca (che, detto tra parentesi, sto iniziando a pensare che il mio modo di utilizzare la biblioteca – e quindi il sapere gratuito e di tutti – è un po’ quello che ho con il download illegale e/o gratuito di opere letterarie. Perchè io, in biblioteca, da un paio d’anni a questa parte, sto iniziando ad andarci per leggere cose di cui sono curioso ma che non posso acquistare. Dovendo fare una cernita di quali libri acquistare e quali no ho deciso di possedere solo quelli che per brevità chiamo classici, libri che in qualche maniera ho la convinzione che mi saranno utili oggi e per tutta la vita. Tutto quello che non rientra in questa categoria, la maggior parte dei libri, cerco di leggerlo prendendolo in prestito dalle biblioteche. Questa cosa di andare prima sull’Opac per vedere se hanno un libro e poi andare fisicamente a ritirarlo mi lascia sempre esterrefatto – intendo proprio il momento in cui ti chiedi “avranno mica pure questo?” e boom, ti appare la scheda del “Documento disponibile”. Continuare la lettura

Verderame – MICHELE MARI

verderameAlcuni libri contengono così tante epifanie da diventare essi stessi una monumentale e malinconica epifania. Con Verderame è successo più o meno questo. A leggere del bambino-narratore che descrive come Felice, il fattore della campagna dei nonni del bimbo, prepara il verderame con cui innaffiare le viti, io sono rimasto istanti lunghissimi a ripensare a mio nonno che con la stessa cura preparava il liquido dal colore assurdo, un azzurro impensansibile e introvabile nella mia vita quotidiana. A pensarci, solo il cielo, quando era ripulito da tutte le nuvole e l’umidità dal vento forte e costante, tipico delle mie zone, poteva arrivare ad avere quell’azzurro così pazzesco. E non tutto il cielo, intendo quella striscia di cielo al di sopra della linea dell’orizzonte; un azzurro quasi non violato dal bianco sottostante. Erano giorni di primavera e quel colore lo concepisco ora come un simbolo, un condensato della mia adolescenza, un ipotetico amuleto contro le varie volgarità del mondo che tutti i giorni mi capita di incontrare.

Verderame, dicevo, è stata una malinconica epifania. Della campagna, dell’avventura insita negli oggetti più banali che ti capitava di incontrare la mattina, quando i tuoi nonni lavoravano, e tu vagavi, molto concentrato e serio, per tutto quel terreno sconfinato, ad angariare le formiche, a rinchiudere le coccinelle in bottiglie di plastica verde scolorite dal sole  per cercare di formare una colonia (che puntualmente trovavo sterminata il mattino successivo), a mangiare fichi (c’era, o meglio c’è, questo albero gigante di fico al centro della vigna e io ci salivo come sulla torre di una nave, in modo da guardare il mare dei filari della vigna stagliarsi sotto i miei occhi) e mele prese dall’albero e ciliege. E poi, verso mezzogiorno, tornare alla cascina e, sotto il pergolato, smezzarmi una birra (cosa che nessuno doveva sapere) con mio nonno, e sentire le sue storie (lui che le sa raccontare così bene). E avere quel cielo senza nuvole, con quell’azzurro così pazzesco, indicibile, che come tutte le cose belle si può solo evocare, mai descrivere pienamente. E la cosa pazzesca e che anche io e mio nonno avevamo, nei nostri dialoghi, lo stesso stacco linguistico che hanno Michelìn e Felice: io l’italiano e mio nonno il suo (nostro?) dialetto. Ed è incomprensibile (o forse no) come un libro così piccolo, scritto nel meraviglioso italiano di Michele Mari, che dovrebbe essere così lontano dal mio italiano, costruito su di una stratificazione di storie così lontana da quelle che sentivo io dalla bocca di mio nonno, un libro, in definitiva, così altro da me, è incomrensibile come un’opera del genere m’abbia potuto suscitare questo tipo di ricordi; una botta epifanica così profonda da sentirmi costretto a segnarmele, queste emozioni, come alcune volte mi è capitato: per la paura di dimenticarle, perché so quanto valgono, so quanto di vero dicono di me a me stesso, so che senza queste modalità di ricordo non resterebbe più niente di bello di me ai miei occhi.

La bellezza e l’orrore – PETER ENGLUND

labellezzaelorroreDovevo fidarmi di me stesso; intendo il me stesso volgare e schietto che risiede nei miei bassifondi. Il me stesso in questione è arrogante, spavaldo, disfattista, infarcisce i suoi discorsi di “cazzo” (il suo intercalare preferito) e bestemmia di continuo. Mi vergogno sempre un po’ a portarlo in giro, a presentarlo alla gente. Rischiando di passare per fatalista credo che così come non ti scegli i parenti nello stesso modo non ti scegli la tua cantina spirituale. Però devo anche ammettere che gli sono affezionato e che, al di là di tutti gli orpelli con cui mi sono appesantito negli anni, devo a lui molte delle buone letture fatte. Questa tirata solo per acquietarlo un poco, visto che è anche molto narcisista e già me lo vedo gongolare al suono di queste parole. Ad ogni modo, ero nella sezione storica della mia biblioteca preferita, scorrendo svogliatamente i titoli dei libri, senza un fine ben definito. Mi sono fermato davanti a questo La bellezza e l’orrore, indeciso se prenderlo o meno. Il primo pensiero è stato “mi ricorda quel libro di Saviano, La bellezza e l’inferno, figurati se lo leggo” (e me lo avevano regalato, il libro di Saviano, e visto che sono sempre riconoscente quando qualcuno mi regala libri, mi sono costretto a leggerlo; per dire, una volta una persona che stimo mi ha regalato Noi di Veltroni, incoscientemente ho letto pure quello; il fatto è che mi sembra di essere riconoscente non quando dico “Grazie, che bel libro!” ma quando poi lo leggo, il libro). Subito dopo al primo pensiero è seguito il secondo, quello gentile e che vuole fare il democratico, “ma diamogli una possibilità, magari è uno di quei titoli tradotti alla cazzo di cane, tipo Se mi lasci ti cancello, chissà quante persone stimabili non hanno mai visto Se mi lasci ti cancello solo perché aveva un titolo così di merda in italiano e invece poi vedi il film e ne rimani affascinato; magari è un libro bellissimo, ha anche un sottotitolo suggestivo La Grande Guerra narrata in diciannove destini, a volte bisogna gettare il cervello oltre l’ostacolo del pregiudizio” (detto tra parentesti: l’ultimo pensiero mi è venuto ora, non faccio pensieri così speranzosi di solito). Così ha prevalso la parte più gentile di me, quella che cerca di controllarsi in pubblico, perché se no “che deve dire la gente”, e così ho preso il libro. Continuare la lettura

Anna Karenina – LEV TOLSTOJ

A commentare Anna Karenina ci si sente alquanto delle merdine. Il problema è che Lev Tolstoj e i suoi libri non sono mai da soli di fronte a noi. Ci arrivano accompagnati da anni e anni di commenti illustri, libri sconfinati scritti sull’autore russo e sulle sue opere, e quindi io mi sento un po’ uno zero a dire qualcosa di sensato riguardo questo libro. Sicuramente la sensazione di inferiorità nasce dal fatto di aver letto pochi libri. Lo ammetto: sto mettendo le mani avanti, sia per le banalità sia per le cazzate che dirò di seguito.

Cosa gli vuoi dire ad Anna Karenina di Lev Tolstoj? Devi solo limitarti a tesserne le lodi e ringraziarne l’autore per averlo scritto. Avendo letto poco non sono così abituato ai bei libri, e quindi quando mi capita di leggerne uno quasi impazzisco. Perché Anna Karenina non solo ha dei personaggi costruiti così bene (a volte a partire da un loro gesto, da un loro atteggiamento, da una loro ambiguità) che tu te li vedi agire nella tua testa e ti sembra di riconoscerli in mezzo alla strada, che quasi ti viene di fermare un Aleksej Kirillovič Vronskij quasi calvo o un Stepan Arkadevič Oblonskij (detto “Stiva”) grassottello, impetuoso e dall’alito di vodka costosissima mista a sigari pregiatissimi, non solo, dicevo, il romanzo ha questi personaggi, ma anche la costruzione dei dialoghi gira che è una meraviglia, e persino ciò che è contenuto nei discorsi (interiori e tra personaggi) sembra sempre avere quel vago sapore di verità definitiva de-scritta nei minimi particolari che solo le grandi opere possiedono. Penso che la sensazione di sentirsi sommersi e travolti da tanta bellezza continuamente nella lettura, è come quando capiti in uno di quei grandi musei, tipo il Louvre o i Musei Vaticani (visto che ci sono stato da poco), che quasi ti senti inebetito da tutta quella “roba”, da tutti quei pezzi di genio “dall’antichità ai giorni nostri” esposti da tutte le parti, che non hai un momento per soffermarti su un aspetto che subito l’occhio te ne indica un altro, e all’uscita ti senti che alla fine hai perso qualcosa, che non ti sei fermato troppo su un sarcofago egizio dalla forma stondata, che nelle stanze di Raffaello sei stato pochissimo, che la Cappella Sistina ti è sembrata quasi meno grandiosa di come te l’aspettavi, e insomma, ti senti di essere stato a contatto con una delle bellezze della vita ma che l’hai solo intuita, come per caso, e un po’ te ne rammarichi. Insomma io dai grandi libri, e dalle grandi opere d’arte in genere, ne esco sempre rattristato, quasi arrabbiato con me stesso, soprattutto per non aver saputo trattenere tutta quella grandiosità anche dopo averla intuita. Continuare la lettura

Qualcosa di scritto – EMANUELE TREVI

Per questo libro ci vuole una piccola avvertenza o premessa. Qualcosa di scritto è un libro che può essere compreso e gustato solo se già si hanno minime nozioni sulla figura di Pier Paolo Pasolini, di Laura Betti, dell’Italia di quegli anni e, soprattutto, ci si è dotati di una seppur minima voglia di comprendere la sua figura di intellettuale e si è messa da parte la voglia di giudicarla preventivamente, da moralisti bacchettoni (che siate di sinistra o di destra non ha importanza).
Il libro di Trevi lavora su due argomenti: il rapporto tra Trevi stesso e Laura Betti (fondatrice-direttrice del Fondo dedicato a PPP) e il tentativo di analisi/interpretazione di Petrolio, ultimo libro di Pier Paolo Pasolini, incompiuto, pubblicato postumo nel ’92 dalla Einaudi. Mentre assistevo, durante la lettura, alle sfuriate di Laura Betti, mi veniva in mente l’immagine che ho di lei da sempre, o meglio, da quando ho visto Sbatti il mostro in prima pagina. Più di tante spiegazioni basta quel film di Bellocchio per capire cosa si intende quando si parla della Laura Betti isterica, eccessiva, immersa nella sua solitudine rabbiosa. Mi piace pensare che in questo film la Betti interpreti il ruolo di se stessa senza tanti filtri.
Del romanzo Petrolio so poche cose: è un romanzo in cui parecchia gente ci ha visto non meglio precisate doti da chiromante del suo autore ma, si sa, il complottismo è un hobby praticato da molti; è un romanzo in potenza, che si compone per la maggior parte di appunti, e quindi può essere più aperto ad ogni tipo di interpretazione rispetto ad un’opera finita e limata dall’autore stesso.
Dopo aver letto Qualcosa di scritto è rimasta un po’ a gironzolare per la mia testa la figura strabordante di Laura Betti. Ho letto con interesse le congetture di Trevi su Petrolio e i riti greci ad esso connessi ma devo dire che non mi è rimasta molta voglia di leggerlo. Forse perché, come per il Re Pallido di Foster Wallace, mi succede di essere molto scettico rispetto alle opere incompiute pubblicate postume. Non sto parlando delle opere postume in generale, ma dei romanzi in fieri che magari l’autore avrebbe stravolto o cestinato o usato per avvolgerci il pesce, se solo il Tempo, questo invidioso, gliene avesse data la possibilità. Sarà che sono pigro e tutta questa voglia di entrare nella bottega dell’artigiano senza il suo permesso non l’ho mai avuta.

Troppi paradisi – WALTER SITI

Il protagonista principale di Troppi paradisi è il corpo. Il protagonista della storia, Walter Siti, utilizza il suo corpo come un taccuino per appunti su cui delineare la sua ricerca antropologica. Il corpo di questo personaggio incontra altri corpi lungo questa sua ricerca e inscrive su se stesso gli appunti, i ripensamenti, gli errori metodologici, le trovate di genio e i punti di stallo. Più che leggere una storia in cui sono le persone ad agire sulla realtà circostante, leggiamo di una storia in cui è il corpo l’attore principale, e le persone – con il loro bagaglio di sentimenti, valori, ragionamenti – vengono agite da esso; si assiste ad un concreto ribaltamento di posizioni tra corpo e mente, dove quest’ultima si ritrova ad essere indirizzata dal primo. Troppi paradisi è una carrellata stupenda di corpi e delle loro forme a volte sgraziate, a volte tornite, ma sempre ritratte nella loro vitalità. Questo testo è anche un continuo avvicendarsi di incontri, di orgasmi, di dialoghi post coitum, di lenzuola stropicciate.
L’alternarsi di questi ritratti coitali a volte, mentre leggevo, mi sembrava non dovesse mai trovare fine, come se in fondo la storia non stesse cercando la sua soluzione di continuità. E mi sono trovato varie volte a pensare che questa sensazione l’avevo già provata un’altra volta, pur non ricordandola precisamente subito. Poi, quasi alla fine del libro, ce l’ho fatta: l’avevo provata nel leggere una parte di 2666 di Bolaño, la parte dei delitti precisamente. E forse non è stato casuale questo accostamento immaginifico tra orgasmi e omicidi.
Questo è il secondo libro che leggo di Walter Siti e continuo a pensare che una scrittura del genere non è facile reperirla in questo periodo storico, considerando anche la profondità di analisi a cui l’autore riesce a spingersi. Walter Siti lancia il corpo del suo personaggio in mezzo alla melma del modello culturale dominante, tra programmi televisivi in cui si mette in scena una falsificazione e una distorsione degli eventi della nostra vita e palestre in cui la forma del corpo viene anch’essa falsificata e distorta. L’aspetto stupendo di questa analisi è che è compiuta nell’ansia di comprendere la realtà in cui siamo immersi e non nella ricerca spasmodica di un giudizio conformista, bigotto e autoassolutorio.

I posseduti – ELIF BATUMAN

In autunno inizierò a leggere Tolstoj, tutto ciò che ha scritto. Poi verrà Dostoevskij. Poi, forse, Cechov. Ho sempre parlato di questi scrittori e della loro grandezza pur non avendo letto che poche cose loro. Questa mia supponenza mi sta davvero sulle scatole, e proprio per questo ho deciso che l’autunno prossimo, e poi anche l’inverno, saranno le stagioni ideali – anche dal punto di vista climatico – per leggere i “grandi” russi. La mia è una decisione che spero di portare a termine, per non continuare con questa tiritera del parlare di cose che non conosco. Tutto questo c’entra poco con I posseduti di Elif Batuman, scrittrice statunitense ma di origini turche. Quel poco che c’entra è condensato nella sua passione/ossessione per la letteratura russa e, più in generale, per la cultura russa. A questo libro ci sono arrivato grazie a Paolo Nori che nel suo blog ne citava degli stralci. A causa della stima che nutro per questo scrittore ho letto I posseduti e, a parte qualche aneddoto su alcuni scrittori russi, questo libro è passato inosservat0 ai miei occhi, che l’hanno letto fino all’ultima parola sperando di trovare nella successiva qualcosa di interessante.

Open – ANDRE AGASSI

Il fatto di frequentare le biblioteche pubbliche mi permette anche di dare possibilità a libri di cui non avrei mai letto neanche la quarta di copertina se fossi stato in una libreria, oppure, è vero, l’avrei aperta, ma solo per vedere il prezzo – 20 euro! -, venti euro, manco la Recherche cartonata costa tanto!
Invece in biblioteca Open, del tennista Andre Agassi  – qui apro questa parentesi: (quando ho letto solo il nome di Andre Agassi ho pensato: “possibile che non ci sia pure il nome del classico giornalista che ha fatto da tutor alla scrittura di questo libro? Perchè Totti e Del Piero devono avere la balia e Agassi no?”; infatti, poi, quando sono arrivato ai Ringraziamenti c’è tutta una pagina dedicata a un premio Pulitzer di cui adesso non ricordo il nome. Quindi il mio presentimento non solo si è rivelato corretto ma addirittura potenziato: questo mica ha avuto un tutor qualsiasi, tipo un giornalista sfigato del Corriere dello Sport, ma, addirittura, un premio Pulitzer. Ora posso pure chiuderla questa parentesi) -, stavo dicendo che invece in biblioteca Open, del tennista Andre Agassi è prestabile gratuitamente, quindi me lo sono letto.
In breve: ci sono delle parti in cui il sapere del premio Pulitzer/tutor si nota di più, come per esempio in alcuni artifici retorici che rendono meno noiosa la classica “storia della mia vita raccontata da me medesimo”; ci sono delle parti che non mi sono piaciute – come quando parla della sua esperienza con la droga – perché è come se non fosse sincero al cento per cento (cosa che io lettore mi sarei aspettato), è come se si tirasse indietro un momento prima di raccontarci veramente le pulsioni che l’hanno mosso, lasciando spazio a racconti molto filmici e strappalacrime, e per questo stucchevoli; le parti in cui ho trovato questo libro interessante sono state quelle dove Agassi ci porta ad essere in qualche modo accanto a lui, mentre sta giocando le partite più importanti della sua vita, sta quasi vincendo, il suo avversario è in rotta, poi, inspiegabilmente, inizia ad insinuarsi nella mente di Agassi l’idea di essere altrove, di perdere questa partita, la paura di vincere, e lo vediamo dilapidare partite che ormai aveva vinto. E questo aspetto, di un giocatore dalle enormi potenzialità che ha vinto un decimo di quello che avrebbe potuto vincere, rende Agassi attraente ai nostri occhi, molto più simpatico di automi come Sampras (diversamente da Federer, che i suoi bei pianti in pubblico li ha regalati, anche se pure lui con quella ragazza e le giacchettine e le borse che gli fa indossare a Wembley, vabbè).
Stavo pensando che il successo di questo libro è un po’ il condensato, per come la vedo io, della figura che noi cerchiamo nei libri: non abbiamo bisogno di eroi epici che entrano in scena e “spaccano tutto”; abbiamo una necessità malsana di perdenti e sfigati, che dilapidano tutto. È un po’ quello che ci dice Agassi: “sia io che voi” dice “siamo degli sfigati, dei pigri, dei disadattati, delle merdine, ma la nostra vita va avanti nonostante tutto, non vi preoccupate”. Invece poi, se devo dire la verità – e non solo in riferimento ai soldi -, le nostre vite, non è che stiano andando così bene.

Memorie di Adriano – MARGUERITE YOURCENAR

La prima notazione che volevo fare riguardo a Memorie di Adriano è che vi ho trovato la frase che avevo letto tante volte riguardo alle biblioteche come granai, è una frase stupenda che per me rispecchia la funzione delle biblioteche in questo periodo storico che sto attraversando: “Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire “. A proposito dell’inverno dello spirito: un paio di mesi fa una delle mie biblioteche preferite è stata derubata dei suoi computer per l’ennesima volta. L’aspetto triste di tutta questa faccenda è che i signori ladri non hanno nemmeno lontanamente toccato i libri, non li hanno bruciati, non ci hanno pisciato sopra, né li hanno stracciati o aperti a caso e cagatoci dentro. Questo totale disinteresse mi colpisce più di un atto vandalico, perché quest’ultimo è un atto oppositivo nei confronti di un’istituzione (vedi alla voce bruciare scuole), di una serie di regole, di un simbolo; il disinteresse invece è sinonimo di assenza di un nemico; quei ragazzi che son entrati in biblioteca non li hanno neppure considerati i libri, né come merce e né come simboli da sventrare. Dopo questa parentesi, sul libro in questione avrei poche cose da dire ma ne faccio a meno: cosa vuoi dire di un libro che con la sua potenza e la sua bellezza ti ha sommerso, letteralmente?

La specie umana – ROBERT ANTELME

Essendomi imposto di annotare la mia esperienza di lettura di ogni libro che mi passa per le mani a volte succede che quello che scrivo sia superficiale, impersonale, più simile ad una classica recensione che appunti veri e propri come io vorrei che fossero sempre. Quando mi capita di aver scritto qualcosa del genere cancello il post totalmente e cerco di spremere qualcosa di decente. Con alcuni libri questo diventa quasi impossibile: vuoi perché il libro in sè non mi ha “lasciato” nulla, vuoi perché è passato un po’ di tempo da quando l’ho finito e non mi ricordo quasi nulla di quello che ho provato, vuoi perché il libro è bello, ben scritto, ma io son preso già dal libro successivo che voglio leggere e allora non vedo l’ora di finirlo e mi capita – in questi casi – di essere un po’ sbrigativo, come quando incontro una persona con cui mi annoia parlare ma a cui non riesco a dire questa semplice verità e quindi resto lì a sentire parole che non mi interessano cercando di chiudere il discorso il più presto possibile.
Sarei ingeneroso se dicessi che La specie umana non mi è piaciuto o non è importante leggerlo. Quello che ho scritto è solo poco ragionato, poco vissuto, poco “mio”. Non mi veniva nient’altro da scrivere – avrei dovuto lasciare la pagina in bianco, che comunque sarebbe stato un segno, ma mi sembrava di essere ingiusto – ma tant’è:

La specie umana deve il suo titolo al fatto che, secondo l’autore, il campo di concentramento ha il fine di espellere i prigionieri dal consesso dei propri simili. Ogni pratica imposta al prigioniero è finalizzata a renderlo di volta in volta animale, oggetto, essere inanimato, cadavere, cenere, polvere da spazzare. Si potrebbe affermare che il cavare i denti d’oro, il tagliare i capelli, il produrre (non è un verbo a caso) il sapone dai cadaveri dei prigionieri, siano tutte pratiche che hanno alla base la visione del prigioniero come una materia prima da sfruttare. La logica della spersonalizzazione, del numero sulla pelle, dell’annichilimento di qualsiasi aspetto umanizzante come barba o capelli, rappresenta una delle dinamiche centrali dell’universo concentrazionario.

La grandezza di questa testimonianza, e di tutte le altre che ci impongono di guardare gli abissi a cui può arrivare il genere umano – quindi anche il mio e il vostro -, è rappresentata dal suo portato di resistenza. Resistere significa far di tutto per essere ancora umani, per ricordare ai carcerieri che si appartiene alla stessa specie, e che a nulla vale il loro impegno. Resistere significa prima di tutto ricordarsi di essere umani, ricordarsi di come un essere umano si comporta, ricordarsi della propria etica, ossia del fatto di avere una concezione di ciò che è giusto ed applicarlo a costo della propria vita. L’operato del protagonista del libro è teso a combattere l’oblio di sé a cui lo vogliono portare i carcerieri. L’aspetto fondamentale della visione di Antelme è che questa resistenza è vista come una pratica ineluttabile: si ricorda dei propri familiari anche se è assurdo e soprattutto doloroso farlo, cerca di aiutare i propri compagni anche se  gli sembra inutile farlo. Leggere questo libro è stato realizzare questa ineluttabilità. Antelme in qualche modo continua a ripeterci per tutto il libro che esercitare la propria capacità di scelta è stato, almeno per la sua esistenza, inderogabile.

Il secco e l’umido – Una breve incursione in territorio fascista – JONATHAN LITTELL

Per uno che ha fatto la tesi cercando di capire le categorie e le opposizioni principali attorno a cui ruotava il discorso di alcuni diari, un libro del genere rappresenta la salvezza, la prova scritta e certificata che persone molto più dotate di lui hanno percorso lo stesso cammino (con risultati ovviamente diversi), e che tutto il lavoro che c’è stato non è del tutto inutile e senza senso. Il secco e l’umido (che involontariamente potrebbe far pensare al vademecum di una buona raccolta differenziata) è un libro breve e stupendo, sia per i risultati a cui arriva sia per l’analisi e la metodologia con cui compie questa breve incursione. Il libro è l’analisi di un testo di memorie della campagna di Russia scritto da un nazista belga. Littell parte dall’analisi testuale e semantica di questo libro per svelarci quali siano le dinamiche sotterranee e principali tramite cui si sviluppa il pensiero nazista. Il libro parla di un particolare testo scritto da un singolo e semisconosciuto gerarca nazista (io non sapevo neanche che ci fossero dei nazisti “attivi” in Belgio) ma ovviamente ci sta parlando del pensiero nazista in assoluto, in quanto assume che le dinamiche di inclusione/esclusione dell’ideologia nazista siano le stesse sia in una testa belga che in una tedesca. Per chi come me è rimasto inebetito dalla grandezza de Le BenevoleIl secco e l’umido  rappresenta un altro tassello dello stesso discorso e della medesima ricerca, ed è quindi uno passaggio imprescindibile per chi sta seguendo lo stesso percorso di letture.

La tregua – PRIMO LEVI

Mi ricordo la prima volta che lessi La tregua, era nell’edizione Einaudi Tascabili assieme a Se questo è un uomo. Anche se La tregua è stata scritta una ventina di anni dopo Se questo è un uomo, dal punto di vista delle vicende narrate, questi due testi costituiscono per me un continuum. Nel senso che nella mia testa non posso fare a meno di pensare all’uno senza che questo mi richiami immediatamente l’altro. Oltre agli anni che separano la stesura dei due testi, l’aspetto più importante è che ne La tregua Primo Levi ci fa respirare tutta un’altra aria, come se ci avesse costretto per molto tempo – in Se questo è un uomo – a stare dentro una camera chiusa, accanto a tanti ammalati, puzzolenti e moribondi – e qui penso ai suoi giorni all’interno dell’infermeria del campo di concentramento -; questa camera chiusa è così grande da comprendere lo spazio fisico e mentale della nostra testa, e diventa così tanto un’abitudine starci dentro che uno poi si dimentica che cosa significa uscire a fare due passi, e quello che prima ci sembrava un cattivo odore diventa pian piano un odore come tanti altri, indistinto, un odore di sottofondo insomma; succede che con La tregua è come se qualcuno venisse ad aprire una finestra di questa camera chiusa dentro la nostra mente e noi all’inizio rimaniamo inebetiti a sentire questa nuova corrente d’aria che si infila sotto i vestiti, e ci provoca uno strano brivido di freddo; poi ci sporgiamo dalla finestra, ancora incerti su quello che davvero stiamo percependo con i nostri sensi tramortiti da tanto tempo di cattivo odore, e l’unica cosa che vediamo è una sconfinata distesa di neve (era da lì che proveniva quella corrente fredda che prima ci ha fatto tremare) e rimaniamo incerti se scavalcare il davanzale della finestra per andare incontro a quella monotona distesa bianca oppure rimanere dentro la stanza, che conosciamo bene – anche se all’inizio puzzava poi ci siamo abituati – e, magari, forse è meglio restare lì dentro che è tutto così noto e certo.

Quei giorni iniziali che il narratore del libro passa in quell’infermeria, da cui esce solo per andare a fare brevi spedizioni in cerca di viveri, nel campo ormai abbandonato dai tedeschi, rappresentano per me questo stato mentale.

Sulla quarta di copertina uno legge che La tregua si chiama così perché narra appunto di una tregua esistenziale che Primo Levi vive tra la fine della prigionia e il ritorno a casa, a Torino. È una tregua tra lui e il dolore, fisico e morale, di aver vissuto ed essere sopravvissuto a quello spazio assurdo rappresentato dal campo di concentramento.