Club – BILL JAMES
Non sono un lettore appassionato di “gialli”, ho poca sensibilità in merito e poche letture alle spalle. Certo, avendo letto Simenon, Izzo e Chandler uno si fa una determinata idea di quello che dev’essere per lui il “giallo” – se per forza bisogna creare generi e sottogeneri che servano da punti di appoggio. Avendo quindi letto poco in materia sono pieno di pregiudizi e certezze da quattro soldi. Per esempio, mi annoia quando un giallo è solo la complessità e la vittoria della trama ben costruita su tutto il resto. Trama che si riduce al trittico omicidio/sparizione-ricerca dell’assassino-punizione del medesimo. Trovo noioso quando il giallo scimmiotta l’hard boiled americano: abbiamo un altro sentire, un altro vissuto e un altro modo di vedere la vita e quindi di compiere delitti – e questo è forse il primo aspetto che rende Bill James, gallese, scrittore originale.
Mi immagino sempre qualche giallo ambientato tra le strade delle Vele di Scampia, nella Bari vecchia, in un paese di seicento anime dell’Appennino campano-pugliese; subito dopo mi chiedo: ma un giallo così è possibile? Sarebbe soprattutto interessante per “quelli che leggono solo gialli”? Seguendo i miei pregiudizi e la mia scarsa cultura in merito, mi rispondo che, No, un giallo così non sarebbe vendibile. Un giallo così – un giallo in cui il detective sarebbe, per esempio, il paesologo Franco Arminio e l’assassino il sindaco democristiano del paesino, ambientato tra vecchiette che fanno la pasta a mano e ragazzi persi nella ricerca dell’ultimo cerchio Momo per la loro amata Punto – non venderebbe nemmeno se fosse dato in copia omaggio con Famiglia Cristiana. Perché il giallo ha in sé molti aspetti di esoticità (il modo di parlare, di agire, di vestire, il modo di scopare dei protagonisti) che lo rendono appetibile a chi voglia “staccare il cervello”, a chi voglia intrattenersi con un libro, a chi voglia leggere di avvenimenti così straordinari da non potergli mai capitare sotto casa.
È per questi motivi che il giallo mi interessa se rimane un pretesto, una specie di struttura di contenimento per l’originalità caotica dello scrittore; pretesto per parlare di piccole storie quotidiane, pretesto per aprire piccole porte sull’ambiguità della vita e sulla sua mancanza di senso; pretesto per raccontare un luogo, le persone e i loro modi particolari di relazionarsi: praticamente un saggio antropologico travestito da “lettura facile”. E secondo me è quello che trovo in Simenon, Izzo, Chandler e qualche altro.
Tutto questo per dire che Club mi è piaciuto quando ha seguito questo modo di intendere il giallo. Mi è piaciuto nelle sue descrizioni veloci dell’atmosfera di un club gallese, del legno dei rivestimenti e del bancone che trasuda anni di birra/fumo di sigarette/sudori vari. Mi è piaciuto perché le scene sono così grottesche da essere maledettamente vere.
Mentre lo leggevo mi sono ritrovato a rivedere in testa intere scene di The Snatch – ho una mente che procede in maniera molto banale con le associazioni. La scena che segue è forse quella che più spesso mi viene in mente quando penso a Club, anche se non ha molta attinenza con il libro. Quando il boss pronuncia la frase “do you know what nemesis means?” assume un’espressione stupenda, con quei denti ingialliti e quegli occhiali, e il suono delle “s” così ravvicinate rimane come sospeso nell’aria.