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Qualcosa di scritto – EMANUELE TREVI

Per questo libro ci vuole una piccola avvertenza o premessa. Qualcosa di scritto è un libro che può essere compreso e gustato solo se già si hanno minime nozioni sulla figura di Pier Paolo Pasolini, di Laura Betti, dell’Italia di quegli anni e, soprattutto, ci si è dotati di una seppur minima voglia di comprendere la sua figura di intellettuale e si è messa da parte la voglia di giudicarla preventivamente, da moralisti bacchettoni (che siate di sinistra o di destra non ha importanza).
Il libro di Trevi lavora su due argomenti: il rapporto tra Trevi stesso e Laura Betti (fondatrice-direttrice del Fondo dedicato a PPP) e il tentativo di analisi/interpretazione di Petrolio, ultimo libro di Pier Paolo Pasolini, incompiuto, pubblicato postumo nel ’92 dalla Einaudi. Mentre assistevo, durante la lettura, alle sfuriate di Laura Betti, mi veniva in mente l’immagine che ho di lei da sempre, o meglio, da quando ho visto Sbatti il mostro in prima pagina. Più di tante spiegazioni basta quel film di Bellocchio per capire cosa si intende quando si parla della Laura Betti isterica, eccessiva, immersa nella sua solitudine rabbiosa. Mi piace pensare che in questo film la Betti interpreti il ruolo di se stessa senza tanti filtri.
Del romanzo Petrolio so poche cose: è un romanzo in cui parecchia gente ci ha visto non meglio precisate doti da chiromante del suo autore ma, si sa, il complottismo è un hobby praticato da molti; è un romanzo in potenza, che si compone per la maggior parte di appunti, e quindi può essere più aperto ad ogni tipo di interpretazione rispetto ad un’opera finita e limata dall’autore stesso.
Dopo aver letto Qualcosa di scritto è rimasta un po’ a gironzolare per la mia testa la figura strabordante di Laura Betti. Ho letto con interesse le congetture di Trevi su Petrolio e i riti greci ad esso connessi ma devo dire che non mi è rimasta molta voglia di leggerlo. Forse perché, come per il Re Pallido di Foster Wallace, mi succede di essere molto scettico rispetto alle opere incompiute pubblicate postume. Non sto parlando delle opere postume in generale, ma dei romanzi in fieri che magari l’autore avrebbe stravolto o cestinato o usato per avvolgerci il pesce, se solo il Tempo, questo invidioso, gliene avesse data la possibilità. Sarà che sono pigro e tutta questa voglia di entrare nella bottega dell’artigiano senza il suo permesso non l’ho mai avuta.

Vallanzasca – Gli angeli del male, KIM ROSSI STUART

Questo dovrebbe essere un blog riguardante solo i libri. Dovrebbe ma da ora in poi, qualora lo ritenga opportuno, farò qualche incursione in altri campi. Spero di farne poche e sempre molto circostanziate. Senza andare oltre con queste false scuse parliamo di cinema.

Ho visto Vallanzasca – Gli angeli del male, di Michele Placido. Sorvoliamo sul bigottismo di certa critica che propone di boicottare questo film perché “l’immagine di Vallanzasca, il criminale Vallanzasca, ne esce in modo positivo, quasi eroica”.
L’oggetto-film è una cosa, la realtà un’altra. Il punto di vista sulla realtà di un regista può non essere accettato, ma non per questo non se ne può apprezzare l’aspetto estetico, filmico appunto. Nella realtà Renato Vallanzasca sta scontando 290 anni in un carcere di massima sicurezza. Il film è un’altra cosa. Giudichiamo il film. Se ci piace bene, se no abbiamo buttato via i soldi e vivremo di rimpianti per non aver scelto il film di Checco Zalone, peccato! era proprio nella sala accanto.

I film di Michele Placido non mi sono mai piaciuti. Hanno sempre quella tendenza a “romanzare” troppo il contenuto, a renderlo finto e non carne e sangue come piace a me, a non problematizzare la sostanza. Quest’ultimo non si discosta tanto dai precedenti. Viene salvato da un cast che fa il suo mestiere onestamente, e dall’interpretazione superba dell’attore principale: Kim Rossi Stuart.

Kim Rossi Stuart è l’attore che più si avvicina al mio ideale estetico/etico. Sceglie sempre i film da fare e i suoi personaggi non sono mai banali (vedi Il Freddo in Romanzo criminale, il film da lui diretto Anche libero va bene, il padre in Le chiavi di casa).
Un attore umile, che espone sulla scena in maniera semplice qualcosa di laboriosamente costruito. Per rimanere a Vallanzasca: il dialetto milanese e la gestualità. Una figura fragile di uomo sempre pronto a continue smargiassate.

Uscendo dalla sala, alla fine del film, mi chiedevo: “Ma che cazzo c’entra tutta questa bellezza con il Vallanzasca criminale?”. Mi spiego: perché continuiamo a volere per forza far combaciare il bello con valori che non gli sono vicini? Perché ci lasciamo accecare dal sangue di un film violento per non apprezzare dettagli, belle interpretazioni di attore, bei passaggi di scena? Perché, insomma, ci ostiniamo a fissare il dito fregandocene della luna?

Se non riusciremo ad allontanarci da questo bigottismo stupido ed inutile, imperante e onnipresente, per noi varrà la frase di un film di Nanni Moretti (Ecce Bombo), quando il protagonista si infuria con un signore qualunquista (che proferisce una frase del tipo “rossi o neri sono la stessa cosa”) urlandogli in faccia “Te lo meriti Alberto Sordi, te lo meriti!”. Ecco, pensavo, noi neanche più Alberto Sordi ci meritiamo. Ci meritiamo Checco Zalone o Claudio Bisio.

A ciascuno il suo

Di Sciascia avevo letto prima solo Todo modo. A questo libro ci sono arrivato grazie al film omonimo di Elio Petri con un imperdibile Gian Maria Volontè nei panni del professore-investigatore Laurana.
Come in Todo Modo, anche qui la trama è costruita secondo uno schema di “giallo”, ma questo schema è solo un pretesto su cui innestare critica sociale, discorsi sullo stato della politica italiana, sullo “stato delle cose” in Sicilia.
Il “giallo” come pretesto risulta però riduttivo, in quanto tutti gli elementi di questo genere narrativo (l’omicidio/sparizione di un individuo, la ricerca dell’assassino e del movente) c oncorrono a strutturare il senso ultimo della storia.
Intendo dire che la scelta del possibile mandante, dell’investigatore, degli interlocutori di quest’ultimo, delle stesse vittime, aiutano il lettore a percepire il contesto corrotto, perbenista, falsamente cattolico (o di quel cattolicesimo amorale tipico degli italiani) della Sicilia di Sciascia.

Il finale rappresenta, a mio avviso, il condensato di qeusto senso di corruzione, di immobilismo, che si traduce in una conclusione dai toni amari, in cui a perdere sono i “buoni”, irrimediabilmente.

Gian Maria Volontè

Gian Maria che faceva gli scioperi

Gian Maria che chiedeva stupidamente scusa per una casa troppo borghese

Gian Maria che sceglieva sempre i film da fare

Gian Maria che cantava Amore, Amore

Gian Maria che le labbra ce le aveva nascoste

Gian Maria che parlava tutti i dialetti

Gian Maria che ti guardava, e ti guarda

Gian Maria che fumava quelle sigarette maltrattate senza filtro

Gian Maria che sembrava robustissimo invece era esile, ma forte

Gian Maria che come Jean Vigo è morto facendo un film.

Perché scrivere un blog

Odio chi scrive nei blog parlando solo di se stesso, dipingendosi come una persona fighissima e super acuta in ogni suo piccolo pensiero. Partendo da questo principio in questo blog vorrei parlare “solo” dei libri che leggo e di tutto quello che della mia vita passa attraverso l’atto di leggere libri.

Sono convinto di non saper scrivere: mi mancano gli strumenti principali, gli schemi di costruzione, le parole e i modi per esprimere quello che penso. Sono convinto, altresì, che scrivere sia un po’ come correre: all’inizio fai due metri e cadi a terra esausto e torni a casa sconsolato ma poi, piano piano, con costanza, corri sempre per più tempo e per più chilometri, conoscendo meglio il tuo corpo, il tuo respiro e i tuoi tempi.

Ovviamente non tutti quelli che corrono possono arrivare alle Olimpiadi, perchè gli manca la struttura fisica, il tempo, la voglia; però tutte le persone normodotate possono correre, tranquillamente.

E questo è quanto.