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Storia di un tedesco – SEBASTIAN HAFFNER

Mi capita a volte di immergermi in libri che parlano del nazismo (delle sue origini, della sua ascesa, della sua conformazione) però è la prima volta che leggo di queste vicende tramite la penna di un tedesco contemporaneo di Hitler. La bellezza di Storia di un tedesco risiede nella vicenda particolare del suo autore. Sebastian Haffner (pseudonimo scelto per non arrecare nessun danno alla sua famiglia) è un giovane tedesco di buona famiglia che passivamente assiste allo sviluppo del partito nazista, con le conseguenze in fatto di violenze a noi ben note. Sebastian Haffner è insomma uno di noi, uno che non sarebbe mai potuto finire in un libro sulla resistenza o in un film sugli atti di eroismo contro il regime nazista. Sebastian Haffner è uno che addirittura scappa all’estero prima che la guerra inizi, perché lui ha i soldi per farlo, lasciando in Germania una moltitudine esaltata o silenziosa. Quando ho iniziato a leggere questo libro mi sono soffermato a pensare a questi aspetti negativi della sua vicenda, alla totale assenza di epicità nella sua vicenda; è quasi certo che nel mio cervello, da qualche parte, abbia utilizzato anche la parola “vigliacco” per riferirmi a lui. Poi è successo quello che succede in tutti i percorsi di lettura di qualche valore: tu continui a ragionare con il libro e su di esso, e con il passare delle pagine ti ritrovi a percepire la complessità della vicenda umana, a percepirne le sue sfumature, ti ritrovi insomma a percepire la sua alterità. Con i libri succede quello che dovrebbe sempre succedere nell’incontro tra esseri umani: uno all’inizio può avere tutti i pregiudizi esistenti sul conto dell’altro, poi grazie a quel sentimento che si chiama empatia (perché sentimenti univoci e non egualitari come la compassione non ci aiutano in questi casi) uno inizia a valutare le ragioni dell’altro, “a mettersi nei suoi panni”, e questo processo ci aiuta a travalicare le nostre stupide solitudini, o almeno dovrebbe. Chiudendo questo vaneggiamento esistenziale stavo parlando del cambiamento di sguardo avvenuto durante la lettura di Storia di un tedesco. Con il passare delle pagine ho iniziato a pensare che, avendo letto solo libri sulla Resistenza, il mio sguardo era un po’ condizionato dagli uomini eccezionali di cui avevo letto. Ho pensato che in Italia, alla fine, una sparuta minoranza di persone si opposero con la propria vita e attivamente al Fascismo, ma che banalmente questo non significa che milioni di persone siano state invece vigliacche o da condannare. Il brutto dei pensieri miei su queste cose è che tende alla semplificazione (buoni vs cattivi, anime belle vs mostri, ecc), l’aspetto positivo è invece che tramite tutti questi libri i pensieri si fanno sempre più incerti ma sicuramente più comprensivi, più attenti alle sfumature, meno disposti a giudicare schematicamente e sempre più attenti a comprendere.

Sebastian Haffner ha scritto (e mai pubblicato in vita) questo libro-diario che testimonia del suo particolare cammino attraverso il nazismo, senza tante premure nell’abbellire la sua figura o le sue scelte, e perciò ho scritto che lo sento a me vicino.  Il sottotitolo di Storia di un tedesco è Un ragazzo contro Hitler dalla Repubblica di Weimar all’avvento del Terzo Reich, e quel “contro” che all’inizio sentivo così poco veritiero è diventato sempre più corposo nella sua realtà. Storia di un tedesco è stato in definitiva un libro utilissimo nella comprensione dei miei giudizi affrettati e ingiusti su alcune vicende storiche, inoltre è anche uno dei tanti passi di un ipotetico percorso di ripensamento dei propri limiti.

Quel che resta del giorno, KAZUO ISHIGURO

quel che resta del giorno di kazuo ishiguroA volte capita che i personaggi dei libri siano così odiosi, noiosi, amorali, ecc., da risultare interessante al massimo grado. Il maggiordomo Stevens di Quel che resta del giorno fa parte di questa cerchia a pieno titolo. All’inizio era semplicemente noioso nei suoi discorsi (interiori) asserviti alla logica del padrone – tanto da voler lasciare il libro a metà – , poi è diventato tragicamente reale, soprattutto perché mi sembrava fosse diventato il contraltare perfetto alle rivolte di questi giorni, svoltesi negli stessi spazi, o quasi, della storia di questo libro. Un essere umano che disegna attimo dopo attimo la sua vita (in ogni suo minimo particolare) seguendo ciò che il bon ton derivatogli dai vari Lord che ha servito, dalle loro parole e dalle loro azioni, gli comanda. Un personaggio che cancella ogni sua aspirazione o pensiero che non sia quello riservato alla schiavitù verso il suo padrone.
Prima ho creduto che fosse solo un personaggio di carta, di quelli che ti viene da pensare, quasi a prendere le distanze da una storia troppo scabrosa, “esistono solo nel libro”. E poi invece è arrivato il mutamento delle mie considerazioni, quasi a considerarne la realtà fisica di questa persona che si muoveva nella mia testa, o comunque di molti tratti della stessa. Questo asservimento annidato nei più intimi recessi della mente, fonte di tutte le sue azioni, mi ha fatto ripensare alla storia del prigioniero che era entrato a tal punto nella forma mentis dell’essere tale, che quando i carcerieri sparirono e gli lasciarono la porta della cella aperta, lui rimase nella sua prigione, guardando quella porta curiosamente socchiusa senza muoversi, perché ormai non contemplava nemmeno la possibilità di una cella aperta, di una vita fuori.
Questo per dire che a volte mi assale la paura di essere o stare per diventare un servo, senza neanche il bisogno di trovarmi dentro una cella con quattro mura solide ed un lucchetto.

Manituana, WU MING

Manituana è il primo libro dei Wu Ming che dovrebbe far parte di un “Trittico Atlantico”. I Wu Ming, in questo libro, si sono spostati come ambientazione sulle sponde del Nuovo Mondo e come periodo storico alla fine del XVIII secolo, nella lotta di liberazione dei ribelli americani contro la madrepatria. Anche se, bisogna dire, la storia si snoda tra Nuovo e Vecchio Mondo, contenendo in sé alcuni capitoli ambientati a Londra.
La trama vede come personaggi principali e positivi gli indiani. Personaggi che escono sconfitti dalla Storia ufficiale, essendosi alleati con l’Inghilterra e non con i ribelli americani. In definitiva emarginati e sfruttati dagli uni e dagli altri, ma resistenti, è questo che conta.

Il libro in sé fila via preciso e pulito. La storia avanza senza bisogno di aiuti particolari del cervello del lettore. I personaggi sono attraenti. Sconfitti e perdenti, ma con una forte carica eroica. Molte scene hard-boiled sono costruite con la perfezione ed il ritmo che ho già conosciuto ai tempi di Q.

Forse mi sono un po’ stancato di questo leggere quasi esclusivamente libri dei Wu Ming ma mi sono ripromesso di arrivare alla (quasi) fine della loro produzione, almeno per questa volta. Forse è colpa solo di questo e mi scuso con chi troverà in Manituana un libro fantastico.
L’impegno che ho preso con me stesso è quello di scrivere di qualsiasi libro, di quelli che non capisco fino in fondo e anche di quelli che non mi soddisfano. Manituana è uno di questi. E’ un libro che gira da solo ma nella lettura mi ricordava a volte la fluidità “americana” dei libri di Dan Brown, e questo mi impaurisce perché stimo i Wu Ming, e gli altri loro libri mi sono quasi tutti piaciuti.

Capita ciclicamente, prima o poi. E’ scritto su tutti i libri di matematica e di fisica. Non possono essere tutti libri belli, i libri che uno legge. Thumbs down!