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Collodoro, SALVATORE NIFFOI

Ero nel mio paese quando ho letto questo libro. Il mio è un paese che sta sull’Appennino irpino, vicinissimo alla Puglia. Di fronte al mio paese c’è un monte, un po’ più alto. Ogni giorno prendevo la macchina e andavo su questo monte a leggere. Parcheggiavo in una discesa che mi permetteva di vedere il mio paese se  giravo la testa a destra, ogni tanto lo facevo. Ci sono state mattine soleggiate a tratti, dove le nuvole passavano veloci e grige e i raggi solari si rifrangevano sulla strada bagnata dalla pioggia della notte prima. Ci sono stati pomeriggi ventosi e nebbiosi. E ci sono stati anche dei tramonti, ma alle mie spalle.

Il mio è un paese che, come tutti i piccoli paesi, è fatto di storie che moltiplicano le vite delle persone che se le portano in giro e le passano agli altri. Nell’unico bar davanti ad una birra quasi brilli, nelle case davanti alla stufa o al camino i vecchi con i bambini, mentre si taglia la legna i padri con i figli. I ragazzi del paese sono come tutti i ragazzi del mondo, non hanno voglia di ascoltare troppo a lungo, ascoltano forse solo al bar, solo quelli più grandi di loro.

Non voglio estremizzare dicendo che questo libro è solo per chi ha vissuto per un certo periodo di tempo (soprattutto nell’infanzia)  in un paese del genere. Non voglio dire che questo libro uno se lo può gustare solo a certe altitudini e a certe ristrettezze demografiche. Dico che alcune delle immagini contenute nel libro mi hanno suscitato una valanga di piacere.
Per fare un esempio: uno dei tanti protagonisti del libro (è una moltitudine individuale a costituire il personaggio della storia) arriva dalla città più grande, dove si trova per studio, nei paraggi del paesino, mentre c’è una bufera di neve; a prenderlo trova il nonno a dorso di un asino, e così i due tornano a casa: il nonno sull’asino e lui a piedi. Questo fatto, così piccolo, mi è esploso nella memoria e mi ha fatto ricordare quando mio nonno mi ha raccontato un fatto più o meno simile (per dirla in maniera semplice e senza luccichii negli occhi).
E questo solo per tenere traccia del lato epifanico della lettura.

Il libro è un condensato di storie particolari che si perdono nella storia corale che riguarda tutto il paese. Questa storia principale viene fuori solo nella seconda parte cosicché all’inizio siamo di fronte ad un perdersi e susseguirsi di storie personali che sembrano scollegate. Ora che ci penso mi sembra come se uno va in un paese e inizia a conoscere della gente. Una dopo l’altra. A volte persone sole, a volte una coppia di amici o di innamorati, a volte intere famiglie. Questi gli raccontano la loro storia, e all’inizio questo straniero rimane un po’ perplesso perché non riesce bene a capire il verso giusto di quello che gli viene raccontato. Poi succede che col passare dei giorni lo straniero inizia, poco a poco, a collegare le varie storie e le varie persone, a dire “ok, questo tizio X ha questa storia Y condivisa con quell’altro tizio Z che fa il falegname”. Dopo un po’ di tempo, che ora non so quantificare, il nostro caro straniero riesce sempre a posizionarsi nella storia delle storie che abita questo determinato paese, momento per momento, persona per persona.

Così è successo a me, perlomeno. Così spero che accada ad ogni lettore, perché è una bella sensazione. Di spaesamento prima (quasi voglia di lasciar perdere) e di condivisione poi.

Il libro è una storia di rivolta, e volete mettere in questo periodo quanto abbiamo bisogno di leggere storie di questo tipo?!