Etichettato: mafia

A ciascuno il suo

Di Sciascia avevo letto prima solo Todo modo. A questo libro ci sono arrivato grazie al film omonimo di Elio Petri con un imperdibile Gian Maria Volontè nei panni del professore-investigatore Laurana.
Come in Todo Modo, anche qui la trama è costruita secondo uno schema di “giallo”, ma questo schema è solo un pretesto su cui innestare critica sociale, discorsi sullo stato della politica italiana, sullo “stato delle cose” in Sicilia.
Il “giallo” come pretesto risulta però riduttivo, in quanto tutti gli elementi di questo genere narrativo (l’omicidio/sparizione di un individuo, la ricerca dell’assassino e del movente) c oncorrono a strutturare il senso ultimo della storia.
Intendo dire che la scelta del possibile mandante, dell’investigatore, degli interlocutori di quest’ultimo, delle stesse vittime, aiutano il lettore a percepire il contesto corrotto, perbenista, falsamente cattolico (o di quel cattolicesimo amorale tipico degli italiani) della Sicilia di Sciascia.

Il finale rappresenta, a mio avviso, il condensato di qeusto senso di corruzione, di immobilismo, che si traduce in una conclusione dai toni amari, in cui a perdere sono i “buoni”, irrimediabilmente.

Leonardo Sciascia, L’affaire Moro

Stavo pensando ultimamente che un modo per sentirmi italiano in questo momento storico sia quello di rileggermi autori civili (senza virgolette) come Sciascia. Ho voluto iniziare col leggere ciò che è stato un periodo che va dal 1946 al 1993, periodo dominato  politicamente, socialmente e culturalmente dalla DC, ossia da quei governi “incapaci e mafiosi”, per citare Gaber, attraverso le parole illuminanti di grandi uomini.  Sciascia è morto nell’89 e non potè quindi assistere alla dissoluzione della DC (dissoluzione solo partitica e non dei modi), ma già nel ’74, con Todo Modo e ancor prima con A ciascuno il suo) espresse perfettamente in che cosa consistesse il regime democristiano.

L’omicidio di Aldo Moro fu il momento in cui la DC mostrò in tutto il suo fulgore e in tutta la sua chiarezza la sua incapacità di essere una forza positiva, pulita, giusta per la nazione italiana, in cui tutta la sua sostanza criminogena venne espressa al meglio.
Se per la maggior parte degli italiani il governo Andreotti (che aveva come ministro degli Interni un certo Cossiga) è stato un governo della fermezza, del “non possiamo scendere a patti con i brigatisti criminali e assassini”, per i suoi critici è un governo immobilista che proprio per questo uccide formalmente (con la volontà di farlo?) il presidente Moro.

Sciascia scrive questo libro a caldo (1978) dopo aver seguito da vicino l’avvenimento (è membro della commissione parlamentare nominata dopo il “fattaccio”). Scrive interpretando le lettere di Moro e i comunicati delle BR, e solo tramite questi documenti riesce a rendere chiara una certa tendenza “omicida” dell’elite democristiana (che non tratta ma che nello stesso tempo non cerca seriamente di liberare Moro).

In un momento in cui tutti quelli che contano delegittimano il Moro prigioniero, dipingendolo come un individuo costretto dai suoi carcerieri a scrivere cose tremende sui suoi compagni di partito, Sciascia puntualmente (lettera dopo lettera, comunicato su comunicato) fa emergere la “verità” su quei documenti, su quei fatti e sulla nostra storia. Verità scomoda, ma pur sempre verità.