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La posizione della missionaria – CHRISTOPHER HITCHENS (trad. di Eva Kampmann)

calcuttaCon i credenti in genere, ma soprattutto con i cattolici, mi trovo sempre a fare i conti con due pensieri ricorrenti che delimitano il campo del mio discorso:

Pensiero ricorrente numero 1:
Con i credenti non è possibile avere alcun dialogo in quanto partiamo da posizioni appartenenti a livelli paralleli e divergenti: l’uno dogmatico, l’altro empirico-materialista. Assodato ciò, posso solamente tollerare il loro discorso sulla vita e tutto il resto, di certo non posso rispettarlo.

Pensiero (meno) ricorrente numero 2:
Come fai a definirti civile e votato al dialogo se sei il primo a chiuderlo, questo dialogo? E come la mettiamo con tutte quelle menate di Voltaire e del “darei la mia vita per farti proferire la tua stronzata anche se so che è una totale e irrevocabile stronzata”?

A pensarci bene, poi, nei discorsi quotidiani, questi pensieri rimangono insespressi, ed agisco in maniera molto più elastica. Questa elasticità, però, è venuta solo con l’esperienza. Che cosa significa esperienza, mi chiederà il socratico? L’esperienza secondo me è la stratificazione di tutte quelle volte che mi sono bruciato prima di capire che il fuoco e gli oggetti che ne vengono a contatto scottano. Ma non voglio dilungarmi; stavo parlando dell’esperienza in campo di dialoghi tra credenti ed atei (gli agnostici non contano perché tanto loro se ne lavano le mani). Da quando, adolescente, ho iniziato a sperimentare l’insensatezza dei dogmi e dei vari ragionamenti su entità che trascendono il nostro mondo, ho iniziato a discutere, quando mi è capitato, con i credenti (perché sono sempre stato un tipo dubbioso, e non so cosa avremmo prodotto di buono, come genere umano, senza il dubbio). Però, essendo ingenuo, non vagliavo il credente che avevo di fronte – intendo, se questo fosse uno spinoziano o un neocatecumenale o un teologo della liberazione -, e così la maggior parte delle volte mi sono trovato impegolato in discorsi senza una via di uscita sensata, e per di più nei posti e nelle situazioni meno adatte (funerali, feste religiose, processioni, locali con la musica dal vivo). Sono passati anni – anni in cui, per tornare alla metafora dell’esperienza, mi sono quasi completamente ustionato – prima che capissi qual era la soluzione a queste continue farneticazioni. La soluzione, che è ancora in rodaggio visto che ricado molte volte nell’errore, è che prima, parlando di fiori o farfalle o del tempo, cerco di capire l’assennatezza della persona che mi sta di fronte, e poi, con molta delicatezza introduco qualsiasi tipo di discorso inerente alle credenze più disparate (dagli ufo alle scie chimiche, dal problema della transustanziazione alla scomunica causa utilizzo metodi contraccettivi). Eppure, i miei rapporti con i credenti tutti continuano ad essere difficoltosi, come nel caso di questo libro. Continuare la lettura

Il tempo è un bastardo – JENNIFER EGAN

Io non lo volevo leggere, Il tempo è un bastardo. Ero lì che pacificamente leggevo i miei libri ma ovunque andassi leggevo questo titolo e incontravo gente che mi diceva Leggi Il tempo è un bastardo che è un libro bellissimo. Ma io ci sono abituato a gente che mi dice queste cose, d’altronde sono abituato anche a non dare molto peso a questi consigli, visto che per la maggior parte provengono da persone che non conosco bene oppure di cui conosco i gusti, e questo basta. Però pure se rimanevo a casa, mi capitava a volte di cazzeggiare su twitter, oppure di andare a leggere qualche post in qualche blog, e leggevo sempre più spesso frasi giaculatorie nei confronti della Egan e del suo libro. Che fino a quando è la casa editrice a farlo lo capisco pure questo processo, che ti dicono Leggi Il tempo è un bastardo, che è un libro meraviglioso. L’hanno prodotto loro questo oggetto, è giusto che almeno loro ne siano estasiati. E invece su twitter avevo tutta la timeline cosparsa di frasi postorgasmiche, e tutti lì a dire Leggi Il tempo è un bastardo, che è un libro magnifico. Ma era tutta gente che non conoscevo molto, potevo evitare di seguire i loro consigli, oppure era gente che aveva appena finito di parlar bene di un libro dalle dubbie qualità (per non scadere in facili insulti), e quindi potevo seguire al contrario il loro consiglio. Il problema è che ad un certo punto ho iniziato a ricevere commenti positivi da lettori che stimavo tanto, così ho iniziato a dubitare dei miei pregiudizi. Mi sono detto che ne avevo troppi, di pregiudizi, che non potevo sempre fidarmi del mio naso, che ero ingiusto a non leggere FV, MM, AB, MG (sono tutte iniziali di grandi scrittori che non ho letto, e adesso faccio come quelli del Fatto Quotidiano, che loro a SB, neanche lo nominano, dicono solo B. ha fatto questo, B. ha detto quest’altro), e che dovevo avere una visione più francescana della produzione letteraria a me contemporanea. Mi sono ricreduto in qualche maniera, sono andato in biblioteca, ho preso questo libro, l’ho letto. Il tempo è un bastardo è un libro decente, ma niente di più. Essendo stato pubblicato in una temperie culturale in cui a vendere tanto sono le ricette low cost, può sembrare un buon libro, ma se uno lo considera in assoluto capisce subito che è solo la scarsità di decenza altrui a renderlo leggibile. Ma ovviamente Jennifer Egan è premio Pulitzer, in Italia è edita da MinimumFax (che fa buoni libri solitamente), l’hanno letto milioni di persone questo libro, io sono un semplice lettore, ecc. ecc. ecc.

Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) – DAVID FOSTER WALLACE

Mi ricordo che da piccolo i miei qualche volta mi portavano in delle fiere dove potevi trovare di tutto, dalle cucine con i forni più ultratecnologici ai venditori di piccoli animali domestici, alle immense mietitrebbie. Ricordo che in queste fiere c’erano sempre dei posti in cui andavamo a mangiare panini e patatine fritte. Me li ricordo come piccoli chioschi di legno rosso in mezzo a dei prati; ricordo anche un ponte dello stesso colore rosso sopra un fiumiciattolo artificiale, con delle papere vere – ma su questo potrei ingannarmi. Per me che venivo da un piccolissimo paese queste fiere erano qualcosa di totalmente altro dal mio orizzonte quotidiano: fiumi di gente mai vista – non solo conoscevo tutta quella masnada, ma non avevo mai visto così tante persone assieme; magari forse alla festa del mio paese, ma lì giocavo in casa e quindi non mi sentivo così straniato -; un’enormità di cose mai viste ed immense, tendoni pieni di gru e altri macchinari enormi, acquari intasati di pesci rossi, migliaglia di canarini impazziti nelle loro gabbie; profumi indossati a litri misti a puzzo di frittura, di zucchero filato, di olio bruciato. Mi ricordo insomma di queste fiere come un piacevole assedio del mondo esterno alla mia immacolata infanzia sensitiva.

Tutta questa tirata non è tanto per appuntarmi qualche ricordo sparso sui miei primi anni sulla terra, quanto per dimostrarvi che ho una certa dimestichezza con le fiere campionarie e che quindi, quando ho letto uno dei saggi di DFW (un articolo su una mega fiera per Harper) ho percepito una certa vicinanza epistemologica con la sua ricerca. Anche se le mie fiere e la sua sono diversissime per dimensioni, anche se lui aveva una trentina di anni e io solo sei o sette quando le ho visitate, anche se lui l’ha fatto per lavoro e io obbligato dai miei, ho la piccola presunzione di dire che per quelle pagine lì, mi sono sentito per così dire accanto allo sguardo di DFW, alle sue camicie sudate, al caldo opprimente, alle persone che nel caldo opprimente mangiano cose per cui le calorie rappresentano un’unità di misura sbagliata; insomma, mi sono sentito vicino a quel particolare tipo di incredulità che ti prende quando assisti a eventi semplicemente assurdi.

Su internet ci sono persone che affermano di non apprezzare i romanzi di DFW, ma solo la sua scrittura saggistica. Francamente non capisco questa differenza. Nelle mie sinapsi avviene lo stesso tipo di sfrigolamento, sia che legga un romanzo che un saggio di DFW. Alla base di quello che lui scrive c’è sempre questo modo di metterti le cose in modo che tu venga sommerso da piccoli eventi di riconoscimento/illuminazione, a catena, uno dietro l’altro. In fondo aveva ragione a dire che i libri servono a farti sentire meno solo, ma non tanto per la storia che tu sei uno sfigato che “sente” il mondo diversamente dalla maggioranza delle persone e quando leggi incontri pensieri come i tuoi (perché allora vorrà dire leggere solo libri che la pensano come te e non ha senso ricercare altri libri e cercare di migliorarsi attraverso questa ricerca), quanto perché i libri che ti colpiscono alla fine sono quelli che ti fanno vedere delle cose semplicemente belle, e tu ci arrivi per una sorta di illuminazione a queste cose semplicemente belle, e poi inizi a fare dei ragionamenti bellissimi, anche se durano pochi istanti e poi ritorni ad avere pensieri normali. I grandi libri, in questo caso quelli di DFW, ti aiutano ad avere questi momenti di lucidità assoluta che valgono tutto il biglietto dell’esistenza, e in qualche modo ti fanno rivalutare pure i momenti in cui il tempo sembra in qualche modo non avere senso.

Alla luce di questi ragionamenti si potrebbe dire che io sia un pazzo imbonitore che vuole vendervi l’opera omnia di DFW spacciandolo per un genio, come quei tipi esaltati da uno scrittore mediocre come Baricco che stanno a menartela su quanto è bravo e quanto è bello con i suoi gilettini e il suo essere così pacioccone con quel viso sbarbato e i suoi capelli brizzolati, un George Clooney della narrativa italiana. Ecco, io posso ammettere di essere ossessionato dalla scrittura di DFW, però quello che voglio dire è che se non lo avete letto sarete condannati a sentirvi soli. Vi immergerete nell’ultimo libro di Gramellini, di Cazzullo o di Baricco, credendo di provare piacere nella lettura, ma vi posso assicurare che la bellezza sta da tutt’altra parte.

Come diventare se stessi – DAVID LIPSKY

Se non fosse stato un libro in qualche modo inerente a David Foster Wallace non avrei mai letto questo libro, anzi, ne avrei parlato anche male. Questo per due motivi:
1. Il titolo, Come diventare se stessi, sembra più un manuale di psicologia spicciola venduto in autogrill che una conversazione con uno scrittore. Magari leggi il titolo e pensi che adesso troverai un decalogo su come scoprire realmente il tuo vero Io. Un titolo semplicemente non vero e dozzinale, che non rispetta il senso del titolo originale (Although of course you end up becoming yourself , che è una frase finale di un discorso che sta facendo Foster Wallace e dice “anche se ovviamente alla fine si diventa se stessi“, che è un modo bellissimo di essere in qualche modo “fatalisti”, ed è in una certa misura anche il mio modo di intendere il “fatalismo”), lo stravolge e lo rende falsamente vicino al lettore.
2. L’altro motivo è la grafica di copertina, con quel ritratto di DFW. Ho capito che bisogna essere cool e trandy, che bisogna svecchiare il modo di fare i libri se no non ti caga nessuno; ho capito che la Minimum Fax – che fa dei libri molto belli graficamente, e pure il font che usa è secondo me uno dei migliori – si rivolge ai (ggg)giovani trattando di autori (ggg)giovani; capisco che non essendo un libro “scritto da” ma “su” DFW in qualche modo tu editore devi richiamare graficamente più l’oggetto del libro che il suo autore – l’onesto e sconosciuto David Lipsky, a cui va comunque il merito di aver fatto sinceramente il suo lavoro di intervistatore/trascrittore; capisco tutto questo ma essendo un lettore e non un editore un po’ mi suona ridicolo tutto ciò. E questo in relazione anche al fatto che, ancora una volta, la fortuna di uno scrittore – che meriterebbe di essere apprezzato per ogni singolo libro che ha scritto e nel merito della sua poetica – si fonda sulla modalità con cui è finita la sua esistenza e su di un singolo reportage di una crociera. E allora vanno bene i reading in cui viene fuori il suo essere intelligentemente comico, va bene il ricordo del tale scrittore che lo ha conosciuto, va bene tutto, ma siamo sicuri che tutta questa mediaticità sia un evento che rende giustizia al DFW scrittore e non personaggio? (essendo una domanda retorica secondo me la risposta è ovviamente di segno negativo).
Oltre questo sfogo volevo solo appuntarmi che questo libro è stata una lettura piacevole per un voyeur come il sottoscritto: ho imparato tante cose riguardo al tabacco che DFW usava masticare, sulle bibite gassate che beveva, su cosa ordinava al ristorante, sui suoi scaffali pieni di dentifricio sbiancante, sull’ordine particolare della sua casa, sui suoi cani; sono arrivato a leggere la trascrizione di un suo rutto, una cosa imperdibile; mi sono sentito, insomma, immerso in una lenta masturbazione mentale in cui ad essere soddisfatto era il mio lato pornografico di fan sfegatato, nell’avere la sensazione di essere stato accanto a DFW al posto di David Lipsky, come se sapere cosa legge DFW al cesso possa servirti a comprendere meglio il suo messaggio.