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Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce – Diario da bar – ROBERTO BOLANO – A.G. PORTA

Ho sempre creduto di dover leggere Roberto Bolaño, prima o poi. Era come se vedessi una grossa mancanza sul mio curriculum di lettore. Era come pensare “Chi non legge Proust non è un vero lettore!”. Sono cose stupide, ma mi ritrovo a pensarci, a volte, non di rado. Comunque ero in biblioteca a spulciare sul catalogo elettronico (a proposito: si potrà ancora usare questo verbo visto che forse le pulci tra i microchip non hanno vita agiata come tra i vestiti o i cataloghi cartacei?) e mi capita di leggere il titolo di questo libro che aveva come autore Bolaño e A.G. Porta, credevo si trattasse di un’intervista a Bolaño, in cui una parte di quest’ultimo, sfegatata di Joyce, consigliava delle cose ad un’altra parte (sempre di Bolaño), sfegatata di Jim Morrison; e ho pensato che questa intervista era dedicata a tutti quelli che, gongolanti, si ritengono un po’ fratelli di Bolaño, perché pure loro leggono Joyce e impazziscono per Mister Mojo Risin’.
Invece – mi costa fatica ammetterlo –  il libro è un tentativo neanche tanto giovanile di scrittura di un poliziesco in salsa picaresca, tipo À bout de souffle (che è un film bellissimo pure citato nel libro). Un bellissimo tentativo di scrittura a quattro mani. O meglio, di scrittura di due mani consecutive ad altre due, se è vero che Porta buttò giù una specie di scheletro del libro e poi lo inviò a Bolaño che lo riscrisse.
Ed è stato bellissimo percepire questa indefinitezza da tentativo nel corso della lettura: lascia aperte parecchie porte all’immaginazione, alle connessioni con altre cose lette o viste. Rientra a pieno titolo nei tentativi che non hanno un seguito, nei bozzetti senza opera finale, insomma, in quelle azioni che hanno come risultato/prodotto un oggetto indefinito chiamato per brevità “cosa”.