2666 – ROBERTO BOLAÑO
La prima pagina di questo libro l’ho letta in un autobus, una mattina luminosa di novembre. Nell’autobus eravamo tutti diretti ai rispettivi lavori. C’erano le badanti dell’est, le colf equadoregne, un senegalese muratore. Quell’autobus mi ha sempre riempito di bei pensieri; per i libri che vi ho letto, per il panorama lungo il tragitto che ho ammirato ogni mattina per tante mattine, ma, soprattutto, per tutte queste persone che incontravo la mattina e con cui ho scambiato poche parole, quelle di cortesia. L’autobus, con tutti noi a bordo, prende nella mia testa la forma di un grosso vaffanculo urlato ai vari profeti della crisi da una parte, e dall’altra a tutti quei fascisti frustrati che parlano di extracomunitari che hanno nel “sangue” il rubare, l’essere ladri. Quell’autobus è la personificazione di ciò che di buono ho sempre pensato dell’essere umano e della convivenza tra simili.
Ho iniziato a leggerlo lì, 2666, in mezzo a quelle voci veloci di due equadoregne che parlavano di ospedali e di medici forse, pensando che Bolaño le avrebbe capite sicuramente e che magari si sarebbe fermato a parlarci e a riderci assieme.
Che favoloso libro, 2666. Odio parlare di trame e godo al pensiero che molti, nel parlare di questo libro, abbiano iniziato a raccontarne la trama e poi si siano sentiti esausti, falliti, inutili, con uno spoiler fatto a metà per mancanza di memoria. 2666 è un libro fatto di cinque libri; ogni libro ha una sua storia particolare che si perde in altre storie che entrano nel discorso del libro in alcuni fantastici monologhi in cui a segnare il ritmo è solo la cadenza delle parole, senza punteggiatura, che tu dopo quattro pagine a perdifiato hai capito quello che hai letto ma, se ci pensi, non sai bene come hai fatto precisamente, e ti senti smarrito (“vuoi vedere che dopotutto la punteggiatura è una grossa bufala”); ogni storia particolare ha comunque in sé un collegamento alla storia principale del libro, quella di Benno von Arcimboldi.
Non c’è un senso né primo né ultimo in tutte queste storie, non c’è una soluzione di continuità, sono solo storie che si incrociano, sfumano l’una nell’altra, si interrompono. Ma questo pensiero è venuto dopo che ho chiuso il libro e ci ho pensato sopra, tentando di capirci qualcosa.
All’inizio, già da quella prima mattina luminosa d’inverno, io, da buon lettore, stavo cercando di seguire un filo di questa meravigliosa storia nelle storie, cercando di non lasciarmi disturbare da discorsi in spagnolo su ospedali e medici.
2666 è uno di quei libri-amici, di quei mattoni-capolavori, che sono così lunghi da diventare una presenza costante per un po’ di tempo nelle nostre vite e da farci in qualche modo abituare alla loro presenza come può succedere con un fratello, una mamma o un cane. Ma oltre a far nascere questa forma di affetto, diciamo istintivo per la presenza fisica costante dell’altro, questi libri-amici sono così geniali-impattanti-distruttivi-costruttivi come solo i grandi capolavori sanno essere, che non solo gli vuoi bene ma li stimi come pochi. Sei contento di averli conosciuti e di averci passato quel poco di tempo assieme. Di loro te ne ricorderai quando ormai li hai chiusi da un po’, e ti verranno in mente situazioni particolari di quando li leggevi o di qualche loro frase definitiva su qualsiasi argomento che possa interessare nel profondo un essere umano.
