La tregua – PRIMO LEVI
Mi ricordo la prima volta che lessi La tregua, era nell’edizione Einaudi Tascabili assieme a Se questo è un uomo. Anche se La tregua è stata scritta una ventina di anni dopo Se questo è un uomo, dal punto di vista delle vicende narrate, questi due testi costituiscono per me un continuum. Nel senso che nella mia testa non posso fare a meno di pensare all’uno senza che questo mi richiami immediatamente l’altro. Oltre agli anni che separano la stesura dei due testi, l’aspetto più importante è che ne La tregua Primo Levi ci fa respirare tutta un’altra aria, come se ci avesse costretto per molto tempo – in Se questo è un uomo – a stare dentro una camera chiusa, accanto a tanti ammalati, puzzolenti e moribondi – e qui penso ai suoi giorni all’interno dell’infermeria del campo di concentramento -; questa camera chiusa è così grande da comprendere lo spazio fisico e mentale della nostra testa, e diventa così tanto un’abitudine starci dentro che uno poi si dimentica che cosa significa uscire a fare due passi, e quello che prima ci sembrava un cattivo odore diventa pian piano un odore come tanti altri, indistinto, un odore di sottofondo insomma; succede che con La tregua è come se qualcuno venisse ad aprire una finestra di questa camera chiusa dentro la nostra mente e noi all’inizio rimaniamo inebetiti a sentire questa nuova corrente d’aria che si infila sotto i vestiti, e ci provoca uno strano brivido di freddo; poi ci sporgiamo dalla finestra, ancora incerti su quello che davvero stiamo percependo con i nostri sensi tramortiti da tanto tempo di cattivo odore, e l’unica cosa che vediamo è una sconfinata distesa di neve (era da lì che proveniva quella corrente fredda che prima ci ha fatto tremare) e rimaniamo incerti se scavalcare il davanzale della finestra per andare incontro a quella monotona distesa bianca oppure rimanere dentro la stanza, che conosciamo bene – anche se all’inizio puzzava poi ci siamo abituati – e, magari, forse è meglio restare lì dentro che è tutto così noto e certo.
Quei giorni iniziali che il narratore del libro passa in quell’infermeria, da cui esce solo per andare a fare brevi spedizioni in cerca di viveri, nel campo ormai abbandonato dai tedeschi, rappresentano per me questo stato mentale.
Sulla quarta di copertina uno legge che La tregua si chiama così perché narra appunto di una tregua esistenziale che Primo Levi vive tra la fine della prigionia e il ritorno a casa, a Torino. È una tregua tra lui e il dolore, fisico e morale, di aver vissuto ed essere sopravvissuto a quello spazio assurdo rappresentato dal campo di concentramento.
