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Accoppiamenti giudiziosi – CARLO EMILIO GADDA

Parlare dei libri di Gadda mi è un po’ difficile perché è come scrivere di un libro letto in una lingua che non si conosce bene, e di cui magari si è capito poco e male. Gadda, come sanno tutti, era un ingegnere italico e scriveva nella sua lingua madre.
L’italiano di Gadda, però, sembra un’altra lingua, sempre di derivazione latina. Quindi quando uno lo legge capita la stessa cosa di quando uno ascolta qualcuno parlare in francese o in spagnolo, che qualche parola magari è simile, e allora uno si emoziona e si dice che dopotutto non è così difficile capire una lingua straniera.
L’italiano di Gadda è “altro” dal mio, come minimo per due aspetti: la sua precisione e la scomposizione/ricostruzione della realtà. Dico precisione perché Gadda sa qual era il nome specifico della sedia che stava descrivendo, e conosceva perfettamente anche ogni termine specifico di ogni minimo componente della sedia (termini che sentirò solo due o tre volte nella mia vita, a meno che non si lavori in un mobilificio, di quelli artigianali però). E già qui per me inizia lo smarrimento – smarrimento positivo, come dirò dopo – perché, per ogni minima parte di testo, io mi ritrovavo a perdere il senso dell’orientamento e ritornavo parecchie volte sullo stesso pezzo, per capirlo meglio, per “farmi un’idea”. E mi viene da pensare che questo fatto di leggere e rileggere varie volte una stessa parte di un testo è un nuovo modo di leggere i libri, molto più meditato, tipo quello che ho quando leggo una poesia o un saggio.
L’altro aspetto, dicevo, è quello di come Gadda descrive la realtà.  Quando, per esempio, deve descrivere un personaggio prendere un bicchiere d’acqua e portarlo alle labbra, Gadda utilizza una serie di frasi che fanno esplodere questo gesto – che uno ci impiegherebbe  una o al massimo due frasi per descriverlo – in tanti frammenti uniti dal principio di causa – effetto. Mi spiego meglio. Il gesto di allungare la mano viene ad essere l’insieme di avvenimenti minuscoli connessi al gesto di allungare la mano: il tessuto (di cui Gadda ci dice il termine specifico) della camicia che leggermente si tende a causa della distensione dell’arto, o magari viene descritta l’acqua – se è fredda o a temperatura ambiente, e che effetto questa produce sulla superficie del bicchiere, e che tipo di cristallo è, dove è stato acquistato e che cosa fa venire in mente al personaggio che lo sta afferrando, o magari qual è la sensazione che prova la mano del personaggio nell’afferrare  il cristallo gelido e imperlato di gocce d’acqua.
E si continua così fino ad una soluzione di continuità da cui il racconto riprende il suo corso. Perché il respiro del racconto di Gadda non è univoco, sembra invece cambiare d’intensità, così da essere più rapido nella descrizione di piccoli gesti e più disteso alla fine di questi.

Questi aspetti, che sembrano puri esercizi di stile, servono all’autore per rendere altra-da-sé la realtà quotidiana del lettore, che quest’ultimo dà ormai per scontata, e l’effetto di straniamento che questo produce è una delle sensazioni che solo la grande arte riesce a produrre (anche se su “produrre” uno potrebbe starci a ragionare per una vita intera).
L’esplosione di termini precisi, dettagli minimi degli oggetti, delle persone, dei dialoghi con cadenze dialettali, tutto questo costituisce un universo in cui è sicuramente facile perdersi ma che, con un po’ di buona volontà, riesce a darci più gioia di un testo “che scorre bene”.

Vuoi star zitta, per favore? – RAYMOND CARVER

Vuoi star zitta, per favore? è il primo libro di racconti pubblicato da Carver.  È un libro formato da tanti piccoli fiori perfetti e sembra avere una organicità di fondo pur considerando la profonda diversità di temi e registri utilizzati nei vari racconti. Di Carver mi affascina (termine contenitivo per un sentimento che va dal pianto alla pura estasi estetica) il suo modo di costruire un racconto in maniera tale da suggerire, senza mai definirlo chiaramente, un sentimento, una certa atmosfera, una tensione emotiva che riesce a stento a celarsi al di sotto – o oltre – le parole dei dialoghi. Quando leggo Carver mi scopro sempre a notare la semplicità apparente di come scrive, penso a qualche persona che conosco e che non legge mai, e mi dico che sì, anche quella potrebbe ammirare la bellezza di Carver e potrebbe esserne toccato. Che poi, questa bellezza, non è mai fine a se stessa in Carver, ma sempre legata alla comprensione delle ambiguità che ci circondano, tutti i giorni, nel rapporto con i nostri simili e con noi stessi. Nei racconti di Carver trovo condensato quasi tutto quello che mi interessa nella mia vita “interiore”: l’attenzione per i falliti, per le persone sole, per i sofferenti, per le emozioni inespresse, per la vita che fluisce liberamente a dispetto dei nostri pensieri e voleri, con la sua ambiguità di fondo, la sua complessità irriducibile; e Carver riporta tutto ciò sulla carta senza commentarlo, senza dare istruzioni per l’uso, senza appesantirlo con giudizi morali o etici, semplicemente lo ricrea sulla carta di modo che noi, fortunati suoi lettori, ce lo troviamo di fronte e la smettiamo, almeno nell’arco di tempo della lettura di un racconto, di giudicarlo prima ancora di averlo compreso, veramente.

Quel che resta del giorno, KAZUO ISHIGURO

quel che resta del giorno di kazuo ishiguroA volte capita che i personaggi dei libri siano così odiosi, noiosi, amorali, ecc., da risultare interessante al massimo grado. Il maggiordomo Stevens di Quel che resta del giorno fa parte di questa cerchia a pieno titolo. All’inizio era semplicemente noioso nei suoi discorsi (interiori) asserviti alla logica del padrone – tanto da voler lasciare il libro a metà – , poi è diventato tragicamente reale, soprattutto perché mi sembrava fosse diventato il contraltare perfetto alle rivolte di questi giorni, svoltesi negli stessi spazi, o quasi, della storia di questo libro. Un essere umano che disegna attimo dopo attimo la sua vita (in ogni suo minimo particolare) seguendo ciò che il bon ton derivatogli dai vari Lord che ha servito, dalle loro parole e dalle loro azioni, gli comanda. Un personaggio che cancella ogni sua aspirazione o pensiero che non sia quello riservato alla schiavitù verso il suo padrone.
Prima ho creduto che fosse solo un personaggio di carta, di quelli che ti viene da pensare, quasi a prendere le distanze da una storia troppo scabrosa, “esistono solo nel libro”. E poi invece è arrivato il mutamento delle mie considerazioni, quasi a considerarne la realtà fisica di questa persona che si muoveva nella mia testa, o comunque di molti tratti della stessa. Questo asservimento annidato nei più intimi recessi della mente, fonte di tutte le sue azioni, mi ha fatto ripensare alla storia del prigioniero che era entrato a tal punto nella forma mentis dell’essere tale, che quando i carcerieri sparirono e gli lasciarono la porta della cella aperta, lui rimase nella sua prigione, guardando quella porta curiosamente socchiusa senza muoversi, perché ormai non contemplava nemmeno la possibilità di una cella aperta, di una vita fuori.
Questo per dire che a volte mi assale la paura di essere o stare per diventare un servo, senza neanche il bisogno di trovarmi dentro una cella con quattro mura solide ed un lucchetto.